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Perché le zebre hanno le strisce? La scienza ha risolto il mistero

16 gennaio 2015

ROMA – Cosa risponderesti se ti chiedessero ‘perchè le zebre hanno le strisce’?
Dopo pochi attimi di silenzio, probabilmente la prima motivazione che ti verrebbe in mente sarebbe per confondere i predatori naturali.
E sbaglieresti.
Dopo anni di interrogativi, gli scienziati potrebbero aver risotlo il mistero delle strisce.
Il manto bi-colore distintivo mantiene le zebre fresche sotto il caldo sole africano.
Secondo uno studio, infatti, la differenza nel modo in cui la pelliccia chiara e scura assorbe la luce, crea correnti d’aria rinfrescanti.

zebre

Si è sempre sostenuto che la principale funzione delle strisce sia quella di creare l’illusione ottica che abbaglia i leoni affamati.
Non secondo i ricercatori dell’Università di California.
I leoni sono particolarmente bravi a catturare le zebre, quindi se le strisce fossero utilizzate come meccanismo di difesa, significa che la natura avrebbe fallito.

zebre-strisce

I ricercatori hanno esaminato 29 diverse zebre da tutto il mondo, tenendo conto anche della varietà di condizioni climatiche.
Hanno scoperto che le caratteristiche ambientali sono direttamente collegate alle strisce della zebra: la temperatura dei paesi è la principale causa del loro spessore.
Le zebre che vivono in zone relativamente calde dell’Africa hanno più strisce rispetto a quelle delle zone più fresche.

Quando l’aria arriva sul corpo di una zebra, le strisce generano flussi d’aria contrapposti.
Poiché i colori scuri assorbono più calore di quelli più chiari, la corrente d’aria generata dalle strisce nere è più forte e più veloce di quella delle strisce bianche.

I flussi d’aria contrapposti creano una turbina di vento sulla pelle dell’animale che lo raffredda.

Dopo aver confrontato zebre ad altri animali senza strisce delle stesse regioni, i ricercatori hanno scoperto che le prime hanno una temperatura della pelle inferiore di 5,4 gradi Fahrenheit rispetto alle altre specie.

La ricerca è pubblicata su Journal Royal Society Open Sciences ed è stata finanziata dalla National Geographic Society.