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Spazio: Il test dell’Esa per chi sogna una vita da astronauta [VIDEO]

29 gennaio 2016

“Da grande voglio fare l’astronauta”. E’ una delle frasi più ricorrenti tra i bambini, che, affascinati, immaginano avventurose esplorazioni dell’Universo. E tanti di loro, una volta diventati grandi, non smettono di inseguire il sogno di volare oltre l’atmosfera. Ma quanti hanno le carte in regola per farlo?

Il mestiere di astronauta non è semplice. Il corpo e la mente sono sottoposti a uno stress pesantissimo, che inizia prima della partenza, prosegue durante il viaggio tra le stelle e dura ancora per mesi anche dopo il rientro sul pianeta Terra. Le ossa, i muscoli, il sonno, sono alcuni tra gli elementi che subiscono maggiormente il contraccolpo della vita nello Spazio, ma a questi si sommano anche le difficoltà legate all’assenza di luce e al successivo riadattamento alla vita sociale.

Astronaut test

Una delle sfide più grandi che un astronauta deve fronteggiare è legata al lavoro da svolgere in tre dimensioni e a gravità zero. Tutto è variabile: non c’è più un alto e un basso, così come sinistra e destra, come le conosciamo noi, perdono di significato. Il senso di disorientamento è simile a quello che ci coglie quando dobbiamo spostarci in una città completamente sconosciuta, di cui ignoriamo i punti di riferimento. A questi ostacoli se ne aggiunge un altro, non meno insidioso: il buio che avvolge i protagonisti di una passeggiata spaziale. E lì, il senso dell’orientamento soccombe. Insomma, fare l’astronauta non è da tutti.

L’Agenzia spaziale europea, costantemente al lavoro per migliorare le condizioni di vita degli astronauti, ha elaborato un test studiato per tutti, da fare a casa tramite computer. I risultati saranno utili agli scienziati nella selezione della futura generazione di uomini e donne delle stelle.

Attualmente l’Esa non sta aprendo una fase di selezione, spiega il capo dell’Esa astronaut centre, Frank De Winne. Ma sviluppare dei test adeguati richiede tempo, e allora l’Esa si è messa a lavoro.

Il test consiste in una serie di prove in cui gli utenti sono chiamati a spostare degli oggetti in uno spazio tridimensionale, avendo cura di avere la massima precisione possibile. Tutto è reso più complicato dal fatto che i movimenti vanno programmati in anticipo con l’obiettivo di farne il meno possibile.

Il test è stato progettato anche con l’aiuto degli psicologi. Partecipare significa dare una mano a confermarne la validità. Più persone fanno il test, meglio è, fanno sapere dall’Agenzia spaziale europea. Se volete cimentarvi anche voi e scoprire che astronauti potreste essere, trovate il link sul sito www.esa.int. Capirete così se avete davvero le carte in regola per fluttuare tra le stelle.



Mercurio, ultimi test su Bepi Colombo
Il suo viaggio durerà sette anni: Bepi Colombo, missione Esa, partirà alla volta di Mercurio il 27 gennaio 2017. Il suo percorso sulla Terra è, invece, già iniziato. Negli scorsi mesi sono stati effettuati test funzionali nello stabilimento torinese di Thales Alenia Space, mentre sono attualmente in corso quelli ambientali nel centro Estec di Noordwijk, in Olanda. A gennaio sono state effettuate verifiche sulla compatibilità elettromagnetica del Mercury Planetary Orbiter (realizzato da Esa) e il Mercury Magnetospheric Orbiter (opera della giapponese Jaxa). Entrambi finiranno all’interno del Mercury Transfer Module. L’Agenzia Spaziale Italiana, insieme alla comunità scientifica, contribuisce in maniera rilevante alla missione con la realizzazione di ben 4 esperimenti su 11.

L’inverno marziano non ferma Opportunity
Piccolo e tenace, il rover della Nasa Opportunity continua la sua missione nonostante le avversità. Opportunity si trova ad affrontare il suo settimo inverno sul pianeta rosso. Un inverno rigido che il rover riesce a sopportare anche grazie all’inaspettato aiuto del vento. Intorno al 2 gennaio, giorno del solstizio d’inverno nell’emisfero sud di Marte, un forte vento ha soffiato sul piccolo rover, così da ‘ripulire’ i suoi pannelli solari e renderli più efficienti nella raccolta di energia. Opportunity continua così nella sua osservazione del suolo del quarto pianeta del Sistema solare, ora nella zona della Marathon Valley. Marte sarà il grande protagonista dei prossimi anni: partirà il 14 marzo 2016 la missione Exomars, nata dalla collaborazione tra l’Esa e la russa Roscosmos con una importante partecipazione italiana.

Una galassia molto… Pulita
Molte galassie sono zeppe di polvere, mentre altre mostrano rare strisce opache di fuliggine cosmica che turbinano tra le stelle e il gas. Questo, però, non succede alla galassia nana IC 1613, facente parte della costellazione della Balena. Agli occhi degli astronomi, questa sembra una piccola galassia assolutamente dedita… alla pulizia. Contiene, infatti, pochissima polvere, talmente poca da rivelarsi agli studiosi in tutti i suoi dettagli. Il suo aspetto, fotografato dall’occhio potente della camera OmegaCAM montata sul telescopio del Very large Telescope dell’ESO, in Cile, si rivela come non convenzionale: IC 1613 è costituita da stelle sparse e gas brillante di una tinta rosata. Ma quello che è rilevante per la scienza è la nitidezza con cui si mostra: il suo aspetto può essere una chiave per capire l’Universo intorno a noi.

Anche nell’antico Egitto si moriva per carenza di vitamina C
Le cattive abitudini alimentari erano un problema anche nell’antico Egitto. La missione archeologica dell’Alma Mater di Bologna e dell’Università di Yale ha infatti rinvenuto quello che probabilmente è il primo caso di scorbuto sulle rive del Nilo risalente al Neolitico. Nel villaggio di Nag el-Qarmila, non lontano da Assuan, i ricercatori hanno rinvenuto lo scheletro di un bambino di circa un anno di età, risalente all’antico Egitto predinastico (3800-3600 avanti Cristo), morto appunto di scorbuto, malattia causata dalla carenza di vitamina C. A segnalarlo, le porosità riscontrate sul cranio del piccolo, in particolare sulla mascella e sulla mandibola, ma anche su omeri, radio e femori. La scoperta è stata pubblicata sull’International journal of paleopathology. Secondo gli scienziati è probabile che il bambino fosse ancora allattato dalla madre e che quindi la carenza di vitamina C, responsabile della malattia, derivasse dalla dieta materna. “Allo stato attuale- spiega l’Università- è difficile dire se tale carenza dipendesse da una effettiva indisponibilità di certi alimenti o fosse il risultato di scelte culturali, come ad esempio il divieto di mangiare certi cibi”.


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