Gli studenti romani visitano il campo profughi di Luwani
30 aprile 2007
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BLANTYRE (Malawi) - Un profugo guarda la folta delegazione di italiani che arriva al campo di Luwani in cui vive insieme ad altre 2.800 persone in fuga da uno dei tanti paesi africani colpiti da guerre e carestie. Il suo sguardo è come quello di altre migliaia di occhi che fissano i minibus in cui i 206 partecipanti al viaggio in
Malawi con il sindaco di Roma
Walter Veltroni hanno raggiunto un posto sperduto nel mondo, dove il fango si confonde con la terra rossa che i piedi scalzi calpestano. E' la prima volta nella storia che degli studenti entrano in un campo di rifugiati. Il sindaco Veltroni lo dirà ai suoi ragazzi solo alla fine e loro risponderanno con un applauso fortissimo, liberatorio delle tante emozioni raccolte in questi giorni di viaggio. "Qui arrivano da molti Paesi africani - spiega Laura Boldrini,portavoce dell'
Unchr - tanti di loro hanno viaggiato per chilometri e chilometri, venendo da Paesi come Etiopia, Repubblica democratica del Congo, Burundi e altri in cui l'unica soluzione per sopravvivere è quella di fuggire".
La sera prima, la rappresentante dell'Alto commissariato delle
Nazioni Unite per i rifugiati aveva spiegato ai ragazzi che cosa vuol dire essere un profugo: "Immaginate se all'improvviso, mentre siete comodamente a casa doveste scappare perché tutto intorno a voi si sta distruggendo". "Vi assicuro che il passaporto sarebbe l'ultima cosa che prendereste - prosegue Laura Boldrini - e così come state, magari eravate in pigiama davanti alla tv, bene che vi va vi ritrovate alla frontiera di un paese che non conoscete. I profughi vogliono solo una cosa: ritornare a casa". A Luwani i bambini sotto i 4 anni sono la maggioranza, 401 piccoli che in parte sono nati qui. Il campo è stato riaperto nel 2003 a distanza di sette anni dalla chiusura, poco dopo il ritorno dei profughi mozambichiani, rientrati in patria alla fine della guerra.
Nicholas parla un buon inglese, ha venti anni ed è arrivato al campo da un anno. Viene dal
Congo come altri 302 suoi connazionali. La sua speranza è di essere trasferito in un paese europeo: "Il mio sogno è lo stesso di tutte le persone qui dentro e in tutti i campi che esistono al mondo". Eppure un altro ragazzo, più giovane, si intromette nel discorso e precisa: "Non è così. Il mio desiderio e quello di molti altri è semplicemente di tornare al mio villaggio, ritrovarmi nella mia campanna e rivedere le persone che amo". Il sindaco Veltroni ha girato a lungo nel campo profughi, ha attraversato le strade e parlato con le persone. Dopo la cerimonia di benvenuto ha detto ai ragazzi di Roma: "Non serve tanto per fare le cose, avete visto i vostri coetanei ballare il rap senza musica. Questa è la loro grande forza".
"Non pensavo che potessi vedere qualcosa che mi toccasse più di quanto già ho visto - ha raccontato Cristina, 16 anni - ma queste persone, questi bambini non hanno nulla, nemmeno una patria". Paul, un ragazzo del
Burundi, ha consegnato una lettera nelle mani di Veltroni. Il sindaco si è fermato a leggerla, si è informato sulla famiglia che Paul ha perso nel suo paese e lo ha lasciato stringendogli la mano e dicendo: "Ora ho i tuoi riferimenti sulla lettera che mi hai dato per risponderti".
(Let/Dire)