International Space Apps Challenge: la più grande collaborazione sullo spazio

International Space Apps Challenge: la più grande collaborazione sullo spazio

La storia dell’International Space Apps Challenge inizia in un hotel di San Francisco. Nell’atrio, si discute di innovazione e di che cosa significhi veramente. Gli appunti vengono buttati giù su un tovagliolo. Quello che si sa è che l’innovazione parte dal basso, non ha un centro ed è imprevedibile. E che la vera innovazione ha bisogno di errori. Più si sperimenta, più si sbaglia, e più si sbaglia, più si impara. Questa è la vera opportunità che non bisogna negare: le tecnologie hanno bisogno di tentativi. Tanti, tentativi. Così nasce l’idea di una competizione globale, che coinvolga gli studenti, ma anche gli appassionati, del Regno Unito e di Kathmandu, di Roma e della stazione antartica, passando per gli Stati Uniti e Abu Dhabi. Nel week end del 20 e 21 aprile hanno partecipato più di 9.000 persone in tutto il mondo. Si sono organizzate in team e hanno lavorato sulle sfide lanciate dalla Nasa. Lo spirito è quello di mettere insieme tante teste e conoscenze per il futuro dello spazio. Le idee per le applicazioni hanno un raggio vastissimo. La Nasa ne ha uno in mente: quello di identificare un asteroide, modificarne la rotta, portarla intorno alla luna e scendere sull’asteroide stesso. Ma ai ragazzi sono stati dati spunti di ogni tipo per il loro lavoro. Tra le sfide ci sono quelle legate a tour interattivi sul nostro satellite e tra le stelle, quella di esplorare il lato oscuro della luna, ma anche quella di disegnare un gioiello o un accessorio da indossare che celebri la super Terra 55 cancri, o di sviluppare una serra utilizzabile nelle missioni spaziali. Gli spunti sono innumerevoli. Ma siamo solo all’inizio. L’incontro virtuale dei novemila era il rodaggio. La collaborazione continua.
Lo spiega il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese e il vice Ambasciatore USA, Douglas Hengel.



europa giove acqua oceanoDa una cometa l’acqua di Giove
Fu una cometa a portare l’acqua presente nell’atmosfera di Giove. La conferma alla teoria già formulata dagli esperti è arrivata grazie all’osservazione del Pianeta ad opera dell’osservatorio spaziale Hershel, che ha prodotto delle immagini dettagliate sulla distribuzione della Co2 nell’atmosfera del quinto pianeta del sistema Solare. Grazie a questi rilevamenti gli scienziati del Laboratoire d’Astrophysique de Bordeaux sono riusciti a localizzare un’evidente concentrazione di acqua proprio nella zona dove 19 anni fa si schiantarono i frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9. La pioggia durò circa una settimana e lasciò tracce, in forma di chiazze scure, per mesi. Oggi si scopre che dove c’erano quelle tracce si riscontra una concentrazione d’acqua 3 volte superiore che altrove.

Cosmoskymed, in orbita la nuova generazione
E’stato recentemente firmato fra l’Agenzia Spaziale Italiana e Thales Alenia Space Italia il contratto per l’attuazione delle nuove fasi del programma COSMO-SkyMed di seconda generazione. Si tratta del sistema di osservazione satellitare della Terra mediante radar ad apertura sintetica che si affiancherà ed integrerà il già esistente ed operativo sistema di prima generazione composto da quattro satelliti. Il Programma è commissionato da ASI e dal Ministero della Difesa e la "messa in opera" è prevista a partire dalla fine del 2016. Il miglioramento delle prestazioni operative dell’attuale sistema verrà ottenuto mediante il dispiegamento di due nuovi satelliti, il primo andrà in orbita proprio nel 2016, e mediante l’adeguamento dei segmenti di terra e logistico-operativo.

BUCHI NERIBuchi neri
Dai protagonisti più tenebrosi dell’intero universo, neri per antonomasia, potrebbe arrivare un aiuto per affrontare l’enigma della più oscura e abbondante delle sue componenti, la misteriosa dark energy. Lo sostengono gli autori di uno studio pubblicato su Physical Review Letters. Gli studiosi, dopo aver analizzato i dati d’un campione di 60 galassie di tipo Seyfert 1, sono giunti a concludere che la quantità di radiazione emessa dai loro buchi neri supermassicci può rivelarsi un indicatore affidabile per calcolarne la distanza. Se l’ipotesi sarà confermata, i buchi neri potrebbero aggiungersi al già nutrito insieme d’indizi utilizzati dagli astronomi per misurare l’accelerazione dell’espansione dell’universo, e dunque per studiare l’entità che ne sarebbe responsabile: l’energia oscura.

Viaggiare il mondo in Leap Motion
Sorvolare oceani, panorami montani e città, fermarsi bruscamente e scedere in strada nei quartieri di Manhattan o di Berlino. Tutto con pochi gesti della mano. Questo permette la verione 7.1 di Google Earth, che ha integrato l’applicazione Leap Motion, tecnologia capace di leggere i segnali delle mani e tradurli in comandi digitali per muoversi nelle mappe 3D. Come nei film di fantascienza dove i protagonisti muovono oggetti virtuali senza il bisogno di mouse e tastiere. Il teaser del nuovo accessorio è già in rete ma la tecnologia sarà in commercio tra un mese, al costo di 80 dollari.

Tre anni di vita del Sole in tre minuti
Questo video, realizzato da SDO, mostra i tre anni del sole, a un ritmo di due immagini al giorno. Le immagini qui riportate sono basate su una lunghezza d’onda di 171 Angstrom, che è nell’ultravioletto estremo e mostra materiale solare a circa 600.000 Kelvin. In questa lunghezza d’onda è facile vedere la rotazione di 25 giorni del sole e come l’attività solare è aumentata in tre anni.
Nel corso del video, il sole aumenta sottilmente e diminuisce in dimensione apparente. Questo perché la distanza tra il veicolo spaziale SDO e il sole varia nel tempo. L’immagine è, tuttavia, molto coerente e stabile, nonostante il fatto che la SDO orbita intorno alla Terra a 6.876 miglia all’ora e la Terra orbita attorno al sole a 67,062 mila miglia all’ora. Tale stabilità è cruciale per gli scienziati, che utilizzano SDO per conoscere meglio il nostro stella più vicina.



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