Vega, piccoli lanciatori crescono

Vega, piccoli lanciatori crescono

La sua prima missione operativa è datata 7 maggio 2013. All’alba il Vettore europeo di generazione avanzata, per tutti Vega, ha lasciato la base di Kourou, nella Guyana francese, per portare in orbita tre satelliti, costruiti dall’Agenzia spaziale europea, dal Vietnam e dall’Estonia. Con quel lancio perfettamente riuscito ha preso il via il programma VERTA dell’Esa, in cui Vega può mostrare tutta la sua versatilità. In totale i lanci previsti sono cinque ed ogni volo costa 35 milioni di euro, con la prospettiva di introdurre dei miglioramenti anche per ridurre i costi.

Ma quali sono le caratteristiche principali di Vega? Il vettore è progettato per trasportare in orbita dei piccoli carichi per poi posizionarli su orbite diverse. Proprio questa particolarità rende speciale Vega, perché è una funzione non comune in lanciatori delle sue dimensioni. Ricordiamo che Vega è alto più o meno trenta metri, è formato da un corpo singolo a quattro stadi e, al momento del decollo, pesa 137 tonnellate.

Dopo il lancio del 7 maggio Vega è entrato a pieno titolo nella classe internazionale dei lanciatori e con tutti i meriti, come ricorda lo chief scientist dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Flamini, secondo cui grazie alla possibilità di lanciare payload più grandi e più piccoli in una stessa sessione, Vega offre la totale flessibilità di mercato.

Il software che attualmente usa Vega è diverso da quello iniziale. Ci spiega quali sono le novità il responsabile ASI Lanciatori e Trasporto Spaziale, Arturo De Lillis. Una delle ‘armi’ che rende Vega efficiente è una componente che sembra una sorta di guscio che contribuisce al lancio multiplo. Si tratta del dispenser Vespa.

Vega, secondo il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese, è "il fiore all’occhiello del nostro Paese", e "grazie al suo elevato valore industriale ci rende protagonisti dello scenario mondiale". E a rendere l’Italia competitiva sul mercato internazionale, sempre secondo Saggese, è prorpio l’agilità e la versatilità del nostro piccolo lanciatore.



L’Apollo 11 affiora dall’oceano
Il fondatore di Amazon, Jeff Bezos, un anno fa si era prefissato un obiettivo: recuperare i razzi che portarono Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin sulla Luna. I resti dell’avanzata tecnologia che 44 anni fa aveva lanciato la missione Apollo 11 verso il nostro satellite per la prima ‘passeggiata lunare’ della Storia, avvenuta il 20 aprile 1969, ora sono riemersi dal cuore dell’Atlantico. Si tratta delle parti di almeno due motori F-1. A causa della ruggine e della permanenza pluridecennale nell’acqua salata l’identificazione non è stata semplice. A far capire ai restauratori che si trattava proprio di quello che stavano cercando è stata la scoperta del numero 2044 inciso in vernice nera sul lato di una delle enormi camere di spinta, ha spiegato lo stesso Bezos. 2044 è il numero seriale di Rocketdyne, la società che produceva i razzi degli Apollo, che corrisponde al codice NASA 6044, che è il numero di serie del motore nr. 5 dell’Apollo 11.

ILO, il primo telescopio privato sulla luna
Un’antenna radio parabolica di due metri di diametro e un piccolo telescopio ottico, posizionati su un picco alto 5 chilometri nelle Montagne Malapert. Sulla Luna. Questa è l’idea per l’International Lunar Observatory (ILO), una stazione per osservare il centro della nostra galassia senza l’interferenza dell’atmosfera terrestre. Un suo precursore, chiamato ILO-X, dovrebbe atterrare sul nostro satellite nel 2015. Sia il telescopio finale che il suo prototipo saranno accessibili da Internet e metteranno a disposizioni immagini della Luna e della nostra galassia ad astrofili, studenti e ricercatori. Certo, la qualità dei risultati non sarà eccezionale, né competitiva con quelli avanzati raggiunti da Hubble, ma la novità di Ilo è comunque notevole: si tratta del primo telescopio privato che raggiungerà la Luna. E’ infatti opera della Moon Express, una compagnia spaziale privata, in collaborazione con l’associazione no profit per l’osservazione lunare, l’International Lunar Observatory Association. 

I segnali che arrivano dal profondo
I lampi radio sono impulsi isolati che durano pochi millesimi di secondo, e arrivano sulla Terra in tempi diversi in base alla lunghezza d’onda d’osservazione del radiotelescopio. Ne sono stati osservati alcuni, brevissimi, che arrivano dalla profondità del cosmo e hanno viaggiato per miliardi di anni. Laalieni universo spazio distanza da cui arrivano è stata calcolata analizzando la dispersione ed ammonta a otto miliardi di anni luce. Sono stati emessi, quindi, quando l’universo era a metà della sua vita. Questi segnali permetteranno di scoprire tutto ciò che hanno attraversato prima di arrivare a noi. Ma per farlo è necessario puntare il radiotelescopio nella direzione esatta e al momento preciso nel quale il lampo-radio sta arrivando. Al momento, la loro origine è ancora sconosciuta.

delfini si chiamano per nomeTutti i delfini hanno un nome
Ogni delfino sa che i suoi simili usano un fischio unico per identificarlo. E’ una sorta di ‘nome’ che permette ai mammiferi di chiamarsi vicendevolmente, riuscendo a ritrovarsi in mezzo al mare. Si tratta di animali che hanno bisogno di stare in gruppo e che non hanno un nido, quindi hanno elaborato questo sistema acustico che permette loro di capire il fischio che identifica il loro nome e di rispondere con un fischio di conferma. L a scoperta è stata effettuata dagli scienziati dell’università scozzese di St. Andrews. I ricercatori spiegano che questa è la prima volta che è stato osservato questo comportamento in un animale, anche se altri studi hanno suggerito che alcune specie di pappagallo possano utilizzare i suoni per identificare gli individui del loro gruppo.

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