Lo spazio sottosopra, l'avventura di 'Caves'

Lo spazio sottosopra, l’avventura di ‘Caves’

Immaginate di dover lavorare in un ambiente ostile. Al buio. Indossate una tuta speciale per difendervi dalle insidie dell’ambiente, avete un elmetto per proteggervi dai pericoli, per giorni e giorni non potete vedere nessuno, né comunicare con i vostri cari. Ci sono, però, dei compagni di squadra e una centrale di controllo, lontana da voi, con cui collaborare e che vi segue passo passo negli esperimenti scientifici che dovete condurre. I protagonisti di quest’avventura sono sei astronauti di cinque agenzie spaziali, ma, questa volta, lo spazio non c’entra niente. Per loro niente lanci in orbita, ma la discesa nella profondità della Sa Grutta, una caverna che si trova vicino Oristano, in Sardegna. Alcuni di loro hanno già avuto esperienze di volo, come l’italiano Paolo Nespoli, altri non si sono mai confrontati con l’immensità del cosmo, ma tutti sono stati chiamati a partecipare a ‘Caves’, il progetto dell’Agenzia spaziale europea (Esa), per superare le difficoltà dell’addestramento sotterraneo e riutilizzare le tecniche apprese una volta in orbita.


Questa è la terza edizione del programma, che prevede la simulazione di condizioni tipiche del lavoro nella Stazione spaziale internazionale, come, ad esempio, la necessità di muoversi in spazi ristretti, scomodi e in assenza o quasi di rumore. Ma non c’è solo questo: i ‘cavernauti’, come sono stati soprannominati, devono sviluppare l’abitudine a prendere nota di tutte le attività che svolgono e a scattare fotografie, oltre che a migliorare l’affiatamento con i compagni di squadra. E ogni sera, con rigore, i sei esploratori del sottosuolo devono analizzare gli errori e i successi della giornata, per capire cosa ha funzionato e cosa no. Proprio come farebbero se fossero impegnati in un volo spaziale. 

Per una settimana, a metà settembre, i sei uomini hanno vissuto immersi in luoghi angusti pieni di acqua e di insetti, intrufolandosi in pertugi stretti e scalando pareti di roccia, guardati a vista da una squadra di sicurezza composta da sette professionisti, tra cui speleologi, medici ed esperti di logistica. In superficie c’era un centro di controllo, analogo a quello sulla Terra con cui comunicano i membri dell’equipaggio della Stazione spaziale internazionale. A ripsondere hanno trovato Laura Sanna, dell’università di Sassari, e l’italo-colombiano Diego Urbina, un veterano di esperienze di isolamento dopo aver partecipato alla simulazione di un viaggio su Marte nel progetto dell’Esa ”Mars 500”.


L’intera missione ‘Caves’ dura due settimane. La squadra ha cominciato con cinque giorni di studio dei nodi e con la preparazione all’esplorazione della sub-superficie della Terra. E’ stato loro insegnato come esplorare le aree buie e sconsociute, come scalare le pareti in sicurezza e muoversi in tre dimensioni, come effettuare esperimenti scientifici e preparare le loro scorte per la missione. 

L’obiettivo è quello di cercare forme di vita, provare nuove tecnologie, studiare le condizioni climatiche e la geologia del sottosuolo. Tra gli altri scopi, come riporta l’Esa, ci sono anche quelli legati al miglioramento delle doti di leadership, al lavoro di squadra, al processo decisionale e di risoluzione dei problemi, il tutto in un ambiente multi culturale.

Lo scorso anno i cavernauti sono risaliti in superficie portando con sé un crostaceo simile al porcellino di terra, ma appartente a una specie sconosciuta. Peraltro proprio il momento di riemergere, abbandonando la cavità sotterranea, è uno dei passaggi più difficoltosi. Dicono gli esperti che tornare sulla Terra dalla Stazione spaziale internazionale è più facile e veloce che risalire in superficie dalle profondità delle grotte della Sardegna.

Il 26 settembre la squadra dei sei ha abbandonato Sa Grutta. Per vedere tutti gli scatti che hanno immortalato l’edizione 2013 di ‘Caves’ potete collegarvi al profilo Flickr dell’Esa.


Addio Deep Impact
L’8 agosto la Nasa ha perso ogni contatto con la sonda Deep Impact, inviata nello spazio nel 2005 con l’obiettivo di studiare le comete. Non potendo comunicare con lei in remoto, l’agenzia spaziale statunitense ha deciso di scrivere la parola ‘fine’ alla storia quasi decennale della prolifica missione. Deep Impact si è spinta fino a 7,58 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, ha scattato mezzo milione di immagini ed ha studiato sei stelle e i pianeti orbitanti attorno ad esse, scattando numerose foto anche della Terra, della Luna e di Marte. Tra i suoi traguardi più importanti lo ‘scontro’ con la cometa Tempel 1, da cui si sono sprigionati materiali poi analizzati dai telescopi. Altre comete viste da vicino sono state la Hartley 2, C/2009 P1 e Ison.

Niente vita su Marte. Oppure sì
Le speranze di trovare tracce di vita sul pianeta rosso erano aggrappate alla presenza di metano, un gas legato a doppio filo alla possibilità di presenze vitali. Uno studio appena pubblicato su Science, però, demolisce l’ipotesi che la quantità di metano finora rilevata possa essere significativa a tal punto da creare le condizioni adatte per la vita. L’ipotesi si basa sui dati analizzati dallo strumento Tunable Laser Spectrometer, che ha rilevato quantità di gas molto inferiori a quelle precedentemente ipotizzate. Eppure non è detta l’ultima parola. Secondo autorevoli astrofisici occorre considerare che lo strumento a bordo del rover Curiosity abbia emesso la sentenza basandosi sui dati raccolti sulla superficie in cui si trova ora, e che questi non siano estendibili a tutto il pianeta.

A letto per la scienza
Per scoprire cosa succede a un corpo in condizioni di microgravità, cioè quelle in cui si trovano gli astronauti in missione nello spazio, la Nasa avvia le selezioni per candidati disposti a rimanere a letto per 70 giorni. La posizione sdraiata, infatti, è quella più simile a quella ‘a testa in giù’ assunta dagli astronauti. Gli aspiranti dormiglioni possono guadagnare 3.500 euro al mese per farsi monitorare durante il periodo di studio. Ma, in realtà, non sono obbligati a dormire: possono guardare la tv, leggere, giocare con i videogame. L’importante è non mettere mai un piede fuori dal letto.

L’immaginazione è un lavoro di squadra
La creatività e la capacità di creare immagini astratte con la nostra mente nascono da un’attività diffusa che ha luogo sia nelle aree corticali che sottocorticali. Secondo lo studio di un gruppo di ricercatori del Dartmouth College si crea una sorta di rete neurale con più sedi che permette di manipolare, coscientemente, immagini, simboli e teorie. Di fatto, si crea una condizione simile al network neuronale ipotizzato nella teoria del mental workspace, che gli scienziati ritengono essere alla base del pensiero cognitivo umano. Scoprire come funziona l’immaginazione può essere utile anche per trasferire le informazioni su delle macchine permettendo loro di svolgere processi creativi.

La rotta dei sapiens tracciata dalle conchiglie

L’Homo Sapiens partì dall’Africa, transitò attraverso il Medio Oriente e poi si diffuse in tutta Europa 40.000 anni fa. Per ricostruire questo percorso gli scienziati della scuola di archeologia dell’università di Oxford si sono basati su delle conchiglie rinvenute a Ksar Alil, un sito archeologico libanese a nord di Beirut. Le hanno analizzate con il radiocarbonio e così hanno potuto dare una datazione anche ai resti umani trovati nello stesso strato archeologico. La fascia temporale è quella che va da 42.400 a 41.700 anni fa, vale a dire un’ età simile a quella dei fossili più vecchi trovati nel Vecchio continente. La probabilità che si trattasse proprio di Sapiens deriva dal loro uso di conchiglie a scopo ornamentale: una pratica che i Neanderthal presenti nella zona non attuavano.


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