Quelle misteriose linee su Marte

Quelle misteriose linee su Marte

Gli scienziati cercano incessantemente tracce di acqua su Marte. Confrontano teorie, analizzano le immagini che arrivano a Terra e raccolgono tutti gli elementi che possono indicare che sul pianeta rosso la vita fosse possibile. Magari miliardi di anni fa, magari solo sotto forma di micro-batteri, ma con la prova certa che sul quarto pianeta del Sistema solare le condizioni ci fossero.
Il primo entusiasmo lo regalò agli astrofili e agli studiosi di tutto il mondo il rover Curiosity, che nel 2012 puntò il suo sguardo su dei sassolini arrotondati. Erano stati trascinati da fiumi in piena in epoche remote e furono la prima prova, oltre alla composizione di alcune rocce, che il suolo di Marte aveva visto scorrere l’acqua. L’attività intensa del rover si è poi concentrata sulle rocce aride del cratere di Gale, dove, un tempo, esisteva addirittura un lago che ospitava gli elementi necessari alla vita: carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo.


L’attenzione degli scienziati è adesso catturata da linee di sabbia scura che, periodicamente, fanno la loro comparsa su alcuni pendii di Marte. Che cosa sono e come si formano? Partiamo dal nome. Le strisce vengono indicate come “recurring slope lineae”, RSL per brevità, e sembrerebbero proprio dei sentieri che si formano grazie al passaggio di acqua. Li ha scoperti il Mars Reconnaissance Orbiter, la sonda della Nasa che scruta Marte dalla sua orbita. Uno strumento a bordo della sonda ha osservato che quando le temperature sul pianeta aumentano, compaiono alcune strisce nere sui pendii. Su quegli stessi pendii sono state rilevate alcune variazioni di minerali ferrosi. Questo è un dato importante, perché questo genere di minerali se contenuti in una soluzione acquosa hanno la proprietà di ridurne il punto di congelamento.


Il primo ad accorgersi delle linee nere fu uno studente dell’università dell’Arizona, Lujendra Ojha, poi diventato ricercatore al Georgia Institute of Technology di Atlanta, negli Stati Uniti. Al suo attivo ha due pubblicazioni scientifiche che prendono in esame la presenza su Marte di flussi d’acqua. In particolare ha individuato, insieme ai suoi colleghi, i 13 punti in cui le linee compaiono ed ha osservato una particolarità: lungo le “recurring slope lineae” è confermata la presenza di minerali ferrosi, che invece sono del tutto assenti sui pendii dove le linee non appaiono.
Per il momento conferme definitive non ce ne sono. In fondo, dicono gli scienziati, non si può escludere che quelle linee che appaiono e poi spariscono si formino a causa di alcuni processi chimici al momento non ancora osservati. Ma, allo stesso tempo, non si può certo escludere che si formino per la presenza di acqua. Un concetto che spiega bene lo stesso Lujendra Ojha: “Non abbiamo una prova incontrovertibile dell’esistenza di acqua nelle RSL, ma non si capisce come questo processo potrebbe avvenire senza acqua”, è il commento del ricercatore.
Continuare a indagare è l’unico obiettivo: acqua o no, capire cosa succede sul pianeta rosso è un altro pezzo del complesso puzzle sulle evoluzioni climatiche dei pianeti e quindi sulla conoscenza del nostro Sistema solare.

LA STELLA PIU’ ANTICA DEL CIELO
Ha 13,7 miliardi di anni e dista da noi parecchie migliaia di anni luce la stella più antica che gli scienziati abbiano mai osservato. E’ nata con la seconda generazione di stelle, quelle che si sono formate dall’esplosione di una supernova subito dopo il Big Bang. La sua età è stata confermata dall’analisi spettrografica della luce che emette. Sono stati trovati pochissimo ferro, molto carbonio e magnesio e calcio. Per gli scienziati è un risultato importante perché analizzare elementi di provenienza così remota può aiutare a fare luce su tutto ciò che successe immediatamente dopo il Big bang.

LA NEVE DI SOCHI
Sulle sponde del Mar Nero la città russa Sochi sta ospitando le Olimpiadi invernali. Eppure non è certo una località di montagna. Come fanno allora ad ottenere la neve per le gare? Replicano, vicino al suolo, quello che succede in atmosfera: l’acqua viene raffreddata fino al congelamento all’interno di uno sparaneve. Da qui ci sono una serie di bocchette che alternano l’uscita di aria compressa e acqua. Si formano così dei cristalli di neve. Ma per fare questo è necessario tenere sotto controllo anche altre variabili oltre alla temperatura, come, per esempio, l’umidità, ed evitare che i tubi ghiaccino, perché altrimenti, anziché acqua nebulizzata che si trasforma in neve cadrebbe pioggia. E questo sarebbe un bel problema per tutti gli snowmakers olimpici.

LA MALEDIZIONE DELLA LUNA PIENA
La Storia spaziale è piena di fascino e misteri e adesso ne conta uno in più. E’ quello della Luna piena che fermerebbe i segnali ottenuti dai riflettori che si trovano sul nostro satellite. Si tratta di scatole grandi più o meno come una valigia, lasciate lì dagli astronauti di Apollo e da diversi rover sovietici senza equipaggio. Dalla Terra vengono inviati raggi laser verso questi riflettori e osservandone la risposta è possibile tracciare con precisione millimetrica quale è la distanza tra noi e la Luna. E’ una misurazione che ha già mostrato che il nostro satellite si sta lentamente allontanando dalla Terra con un movimento a spirale. Ma quando la Luna è piena non c’è niente da fare, i segnali non tornano a Terra. E’ probabile che questo accada quando l’emisfero lunare è illuminato dal Sole. In questi casi, la polvere accumulata sui riflettori si scalda, alterando il loro indice di rifrazione e trasformando i prismi in semplice lenti, incapaci di mandare indietro il segnale sulla Terra.

FRANE, L’ALGORITMO CHE VALUTA IL RISCHIO
Esiste solo a livello sperimentale, ma le prime prove sono state molto positive. Si tratta di un algoritmo che combina una serie di dati, che vanno dalle misurazioni della pioggia alle informazioni storiche su frane e smottamenti a quelle inviate dai satelliti e dai radar a terra, e che riesce a prevedere così il rischio di frane e smottamenti. Si chiama Multi Hazard Information Gateway ed è stato messo a punto da Nicola Casagli del dipartimento di Scienze della terra dell’università di Firenze. Il suo utilizzo permetterebbe di monitorare i movimenti sospetti, così da poter valutare i rischi effettivi e, eventualmente, lanciare l’allarme.

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