Parmitano, l'incidente dell'EVA era già accaduto

Parmitano, l’incidente dell’EVA era già accaduto

Il 16 luglio del 2013 tutto il mondo ha trattenuto il fiato. A 400 chilometri di distanza da Terra l’astronauta italiano Luca Parmitano fu costretto a interrompere la sua seconda attività extraveicolare (Eva) – comunemente conosciuta come ‘passeggiata spaziale’- e a rientrare nella Stazione spaziale internazionale. Aveva un litro e mezzo di acqua nel casco e nessuno sapeva perché. Sette mesi dopo, il 26 febbraio, è arrivata una dettagliata relazione della Nasa che fa luce su quei momenti drammatici. L’ha realizzata la Mishap investigation Board, una commissione istituita appositamente che, in 222 pagine dense di ricostruzioni, dati e raccomandazioni analizza quello che è successo.
Le sorprese non mancano. I punti cardine sono tre: Parmitano ha rischiato di morire per asfissia; un incidente simile era già avvenuto nella precedente passeggiata spaziale da lui compiuta e, infine, esisteva il rischio di un incendio a bordo della Stazione. Vediamo con ordine che cosa è successo.


Il 16 luglio, dopo 44 minuti di attività extraveicolare, Parmitano ha sentito delle gocce d’acqua sulla nuca. Né lui né la squadra che lo seguiva da Terra era in grado di capire da dove venisse quell’acqua. Più Parmitano continuava a lavorare più l’acqua aumentava, passando anche nella parte anteriore del casco. L’astronauta aveva acqua su nuca, naso e orecchie e problemi di comunicazione. Tra la segnalazione del problema e la fine della passeggiata sono passati 23 minuti. Troppi, dirà la Nasa una volta appurata la natura del problema. Nessuno dell’equipaggio o del personale di terra aveva colto la gravità del rischio. Parmitano è stato esposto al pericolo di perdere la vita.
Quello che è stato appurato successivamente è che l’incidente fu causato da materiale inorganico che aveva ostruito i tubi del sistema di raffreddamento della tuta, impedendo all’acqua di fluire. Ma quello che fino a pochi giorni fa non si sapeva è che lo stesso incidente era già capitato durante la precedente passeggiata spaziale di Parmitano, la Eva 22. In quel caso ci fu un’evidente sottovalutazione del problema. Parmitano indossava la stessa tuta (Emu, Extravehicular mobility unit) e fu riscontrata una perdita d’acqua. La causa venne attribuita a una perdita dalla sacca di riserva. Non venne ritenuto opportuno procedere ad ulteriori approfondimenti. Questo perché nello spazio il tempo è fondamentale e c’è una grande tensione verso l’ottimizzazione delle attività. Un problema del genere, che non aveva niente a che vedere con le componenti tecniche o scientifiche della missione, non ha catturato l’attenzione. Non si è pensato di dedicare risorse e pazienza per capire da dove arrivasse quell’acqua. Se lo avessero fatto probabilmente la seconda passeggiata spaziale non avrebbe mai avuto luogo. Soltanto dopo l’incidente che ha interrotto l’Eva 23 i due episodi sono stati analizzati nel dettaglio e messi in relazione. Va detto che un episodio simile non si era mai verificato prima.


La commissione, però, ha svelato anche un altro gravissimo rischio che l’equipaggio ha corso. Sia i membri della missione che la stessa Stazione spaziale potevano essere vittima di un incendio. E’ successo, spiega la relazione, durante l’asciugatura della tuta spaziale dopo l’attività extra-veicolare. E’ stato usato una sorta di aspirapolvere che, inaspettatamente, ha risucchiato ossigeno molecolare dal serbatoio di ossigeno ad alta pressione, causando un mix potenzialmente distruttivo di elettricità e O2 puro, che poteva bruciare materiali infiammabili lì intorno. Per fortuna questo non è successo, ma la scoperta del rischio ha fatto sì che la Nasa stendesse un elenco ancora più ricco di raccomandazioni su cui fare affidamento per programmare le prossime attività extra-veicolari. Le raccomandazioni sono 49, di cui molte hanno priorità massima. Di fatto da luglio le passeggiate spaziali sono state interrotte, se non quelle legate alla manutenzione straordinaria. La Nasa ha però fatto tesoro di quanto è accaduto a Parmitano e prevede di riprendere le attività solo quando le raccomandazioni prioritarie saranno messe in atto.

LA QUALITA’ DELL’ARIA VIA SMARTPHONE
Polveri e sostanze inquinanti sono molto pericolose per chi soffre di patologie dell’apparato respiratorio, come, per esempio la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco). Due studiosi greci della National Technical University di Atene hanno allora pensato a un sistema per evitare che i malati si trovino in situazioni per loro rischiose. Si tratta di posizionare dei rilevatori di inquinanti, collegati al web e le cui analisi relative alla qualità dell’aria siano consultabili via smartphone. Il progetto è nella fase sperimentale- il test è stato eseguito in un campus-, ma già si pensa ad altre eventuali applicazioni, come quelle studiate appositamente per i malati di asma.

IL BRILLAMENTO PIU’ INTENSO
Nella notte tra il 24 e il 25 febbraio il Sole ha ruggito ancora. Lo ha fatto con il brillamento più potente registrato dall’inizio dell’anno, con un’intensità classificata come X 4.9, un valore tra i più violenti nella scala di intensità del flusso dei raggi X. A seguire passo passo la sua evoluzione è stato il Solar Dynamics Observatory (Sdo) della Nasa. Nonostante l’evento non abbia fatto presagire conseguenze per la Terra, gli scienziati hanno comunque registrato un black out radio in concomitanza del brillamento e un debole innalzamento del flusso di particelle e radiazioni ionizzanti di origine solare nell’ambiente terrestre.

I BUCHI NERI CHE NON FANNO NASCERE STELLE
Le galassie ellittiche giganti sono sempre state identificate come luoghi desertici. Eppure, al loro interno, di gas freddo ce n’è in abbondanza e tante nuovo stelle dovrebbero formarsi. Ma questo non succede. Gli scienziati ora teorizzano che questa situazione sarebbe dovuta ai getti dei buchi neri che si trovano all’interno della galassia. In alcuni modelli teorici esiste una relazione tra l’attività dei buchi neri e la nascita o meno di nuove stelle, quindi si ritiene che sia proprio quello che accade nelle ‘rosse e morte’ galassie ellittiche giganti. Il recente studio è basato sui dati dell’Herschel Space Observatory dell’ESA.

ALLA SCOPERTA DI URANO E NETTUNO CON ‘ODINUS’
I giganti al confine del Sistema Solare, Urano e Nettuno, finora non hanno ricevuto la visita di nessuna sonda automatica. Ma le cose potrebbero cambiare grazie a una missione spaziale ideata dai ricercatori dell’Istituto nazionale di Astrofisica. Si chiama Odinus ed è stata presentata all’Agenzia Spaziale Europea (Esa) come candidata a uno dei posti disponibili nel piano di esplorazione spaziale Cosmic Vision per programmi di classe L, cioè grandi. A coordinarla è il ricercatore Diego Turrini, che riassume il significato e l’importanza della missione nel tentativo di capire meglio la genesi del nostro Sistema Solare e anche nello scoprire quali informazioni possono derivare dallo studio di Urano e Nettuno per saperne si più sui pianeti extrasolari. L’idea è quella di inviare due sonde gemelle.

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