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Cosa si prova ad avere un corpo invisibile? Ecco l’esperimento scientifico

corpo-invisibile-esperimento-virtualeROMA – Dal romanzo del 1987 di HG Well “L’uomo invisibile”, il mondo della fantascienza è stato affascinato dall’idea di poter “scomparire”.
Ci sono stati numerosi studi volti a realizzare il “mantello dell’invisibilità”, ma ancora oggi l’obbiettivo non è stato raggiunto pienamente.
Ma cosa si proverebbe a veder scomparire il proprio corpo?
La scienza si è posta questa domanda.
In uno studio dello Karolinska Institutet in Svezia, un team di neuroscienziati ha donato “virtualmente” l’invisibilità ad alcuni volontari, mostrando come la sensazione di “scomparire” cambi la nostra risposta allo stress fisico in situazioni sociali difficili.

125 partecipanti hanno indossato un dispositivo per la realtà virtuale, e gli è stato chiesto di rimanere in piedi e guardare il proprio corpo.
Grazie al visore virtuale, invece di vedere se stessi, si sono trovati davanti uno spazio vuoto.

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Per evocare la sensazione di avere un corpo invisibile, gli scienziati hanno toccato il corpo del partecipante con un grande pennello, usandone un altro contemporaneamente nel posto corrispondente allo spazio vuoto.
Dai risultati è emerso che in meno di un minuto, la maggior parte dei partecipanti ha iniziato a trasferire la sensazione del tatto sulla porzione di spazio vuoto.

Per dimostrare l’efficacia dell’illusione, i ricercatori hanno inoltre fatto simulato di assalire con un coltello lo spazio vuoto, all’altezza dello stomaco del corpo invisibile.
La risposta di sudore alla vista del coltello è stata elevata, ma assente quando l’illusione veniva interrotta, suggerendo che il cervello interpreta la minaccia “virtuale” come diretta verso il proprio corpo reale.

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Arvid Guterstam, autore principale dello studio, ha detto che la frequenza cardiaca e il livello di stress auto-riferito dalle persone durante la “performance” è stata inferiore, rispetto alla stessa esperienza con un corpo fisico.
I ricercatori sperano che i risultati dello studio possano aiutare la ricerca clinica, per esempio nello sviluppo di nuove terapie per il disturbo d’ansia sociale.

Lo studio è pubblicato sulla rivista Scientific Reports.