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AFRICA: TUKO PAMOJA, IO NON DIMENTICO

KENYA, NAIROBI. Ecco una risonanza di un’emozione che ha portato ad una maggiore consapevolezza dell’ Io interiore. Ecco la nostra voce. Ecco la loro voce attraverso i loro occhi. IO NON DIMENTICO.

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Provo a raccontare un incontro, uno scambio, che sembra impossibile.
Una decina di noi, ogni mattina, arriva in una baraccopoli maleodorante di Nairobi, nella parrocchia di Kariobangi, per trascorrere alcune ore a ‘servizio’. Si arriva a piedi, per stradine di terra che attraversano una zona di mattatoi di capre. Agnelli a decine, spinti verso la morte con canne o bastoni, spinti da ragazzi, talvolta da bambini. Gli animali provano a fuggire, capiscono cosa sta per accadere. Vengono ripresi, per la coda, per le zampe, per la barba, inesorabilmente condotti al macello. Agnelli al macello. Dove l’ho già sentita questa dell’agnello mansueto condotto al macello che porta i peccati di tutti? Vederlo così… che pena. Provo dolore. Passiamo così un cancello, tra capre segnate, bimbi che sniffano colla, bancarelle cadenti. Entriamo in un cortile e ci dirigiamo verso i locali che accolgono i bimbi con handicap: da pochi mesi ai quindici anni. Una trentina, forse più. Deficit intellettivo o solo fisico, o entrambi. Tutti accolti dignitosamente in una struttura pulita. Noi aiutiamo come possiamo, o sappiamo. Meglio, come non sappiamo, ma fin dove arriva il cuore. All’ingresso troviamo una piccola presentazione per ogni bimbo, aiuta a conoscerlo. Ogni tanto, nel dubbio, torniamo a leggere le note. Bisogna capire. E bisogna farlo in fretta.

                                                                TUKO PAMOJA

Il lavoro che maggiormente ci impegna è quello di far mangiare questi bimbi. Dobbiamo avere pazienza nell’imboccare, loro pazientano nel masticare fino al successo della deglutizione. Non sempre siamo bravi, qualche volta ci sbagliamo, i piccoli si strozzano, e allora riproviamo, ci sporchiamo e riproviamo ancora. In quel tempo sguardi, carezze, massaggi, sussurri, canzoni, scherzi. Parole delle quali non si comprende il senso, ma gonfie di tenerezza.
Ogni giorno poi ti può capitare un amico diverso.
Oggi mi è capitato Rafael. Raffaele, l’arcangelo, il messaggero. Mi guarda, con occhi potenti:

“Noi, bimbi disabili, siamo delle persone, anche se non tutti lo capiscono e perciò tu, amico bianco, cerca di volermi bene… quanto sei capace di volere bene? Tu ce l’hai un cuore, ma lo sai misurare? Oggi per te non sono solo un compagno, sono l’immagine della tua interiorità. Mi vedi così brutto… ma so fare grandi sorrisi…sono un po’ storto ma ho bellissimi occhi. Sono cieco e non riesco a parlare, sbavo e respiro male. Ma tu che mi guardi, tu sei allo stesso modo. Sei tu che forse non riesci a comunicare… i miei movimenti sono sbagliati e i muscoli fanno scatti involontari… Tu non sei diverso da me… i tuoi comportamenti sono goffi, talvolta infelici. Alcune volte, sembra che sei tu la persona legata ad una sedia. La tua spiritualità sembra come i miei passi da papera… Questo, io sono al di fuori e non posso farci nulla, così tu sei dentro te stesso, come me, con la sola differenza che tu puoi cambiare.
Dio mi ama tanto ma ama tanto anche te. Dio ogni giorno ti imbocca, proprio come tu stai facendo con me. Ringrazia. E rifletti. E tu che puoi, continua a mangiare ciò che la vita ti offre… ma ti prego, con tutto il cuore, cerca di non sputare…”
Questo è ciò che Rafael mi dice. Con gli occhi. E io non dimentico. Io non dimentico.

TUKO PAMOJA

GiacomoGiacomo Onlus