La speranza è l’ultima a morire

Andrea Iannolino
ICS Giotto Cipolla – Palermo

Arrivai nel porto verso le dieci, mentre le campane suonavano a festa e la gente si incamminava verso la Cattedrale per assistere alla santa Messa. Il sole splendeva nel cielo e illuminava il luogo dove sarei dovuta arrivare molto tempo prima. Scesi dalla nave e mi diressi verso la dimora dell’uomo a cui mio zio mi aveva promessa in sposa. Chiesi informazioni ai passanti, che mi indicarono la strada per giungere al palazzo di quel tale Adalberto, del quale non conservavo alcun ricordo.
Bussai al grande portone e mi feci annunciare al padrone di casa. Non appena questi sentì il mio nome, mi venne ad accogliere e mi disse: “Voi, finalmente!! Per quanto tempo vi ho attesa!! Sedetevi, vi prego. Raccontatemi quello che vi è successo. Il vostro arrivo mi era stato annunciato da vostro zio molto tempo fa e invano vi ho aspettato in questi lunghi anni”.
“Adalberto, signore di Macinaggio, in questi anni sono stata protagonista di molte disavventure che non mi hanno permesso di arrivare qui prima di ora. La mia famiglia mi crede morta ed, in effetti, ho rischiato la vita in più di un’occasione.
Mi imbarcai il 29 maggio di cinque anni fa, costretta da mio zio ad abbandonare la mia casa, la mia vita, i miei desideri ed ogni mio avere per garantire i suoi interessi finanziari. La nave che doveva portarmi fino a voi era un veliero imponente che con le sue vele spiegate avrebbe dovuto giungere qui in pochi giorni. Invece, appena usciti dal porto ci imbattemmo in una violenta tempesta: il vento ululava, la pioggia sembrava non avere fine, le onde del mare sovrastavano la costa e la nave sembrava innalzarsi verso il cielo per po sprofondare negli abissi. Rimasi nella mia stanza e, inginocchiata, col crocifisso in mano,
rivolgevo preghiere a Dio affinchè ci salvasse.Dopo molte ore la tempesta si allontanò, ma il capitano annunciò che la nave aveva subito ingenti danni e che il timone era stato irrimediabilmente danneggiato. Era senza una guida.
Mentre la paura e la disperazione prendevano il sopravvento nell’equipaggio, si udì un grido provenire dall’albero maestro: -Nave in vista!! Batte bandiera nera-. La paura paralizzò tutti i presenti, perchè il timone era rotto, le vele erano state strappate dalla tempesta e sapevamo che non saremmo potuti sfuggire ai pirati.
In quel tempo i pirati barbareschi flagellavano le coste del Mediterraneo, facendo razzie e attaccando le navi per procurarsi bottini e prigionieri.
La nave pirata si avvicinò velocemente fino a quando ci affiancò e i pirati, con tutta la loro crudeltà, si impossessarono della nostra nave. Uccisero tutto l’equipaggio e, quando già pensavo che la mia vita fosse finita, il comandante pirata ripose la spada nella fondina e, rivolgendosi a me in una lingua sconosciuta, mi afferrò e mi trascinò sulla sua nave. La nave che doveva portarmi fino a voi fu bruciata e abbandonata alla deriva, e io rapita, incatenata e portata nella stiva dell’imbarcazione dei pirati.
Trascorsi giorni e notti al buio, rinchiusa, senza mai vedere la luce del sole, in preda alla disperazione e con la convinzione che mi avrebbero uccisa. Pregai tanto. Un giorno le mie preghiere vennero esaudite. Capii che la nave si era fermata e in me si riaccese la speranza di potermi salvare. ma, trasportata sul ponte, mi resi conto che la nave era arrivata in un luogo a me sconosciuto. Mi presero a forza e mi trascinarono in una tenda all’interno di un accampamento.
Intorno a me c’erano soltanto dune di sabbia, deserto sconfinato, cammelli e uomini armati. Trascorsero mesi in cui vivevo tra la disperazione e la speranza di riuscire a scappare. Periodicamente risalivamo sulla nave e ci spostavamo da un luogo all’altro, non senza avere saccheggiato e distrutto navi cariche di merci e passeggeri. Non so perchè mi mantenessero in vita, sapevo che dovevo almeno tentare di porre fine a quella situazione.
Da tempo mi ero accorta che i pirati lasciavano incustodite sulla spiaggia delle piccole imbarcazioni a remi: erano queste l’unica mia speranza di salvezza. Una notte, armata solo del mio coraggio e del crocifisso che tenevo sempre con me, approfittando di una distrazione delle guardie, sgattaiolai fuori dalla tenda, corsi verso la riva, spinsi in mare l’imbarcazione, vi entrai dentro e mi allontanai verso il mare aperto.
Non so quanti giorni trascorsero prima che intravedessi in lontananza la sagoma di una nave. Terrorizzata, pensai che potessero essere di nuovo i pirati che mi avevano rapita. Ma in cuor mio speravo che si trattasse di una nave che mi portasse al porto di Macinaggio. La mia famiglia non era più interessata alla mia sorte e la mia unica speranza era di arrivare presso di voi.
Quando la nave si avvicinò, il mio cuore si rallegrò nel vedere che si trattava di una nave commerciale. Il capitano mi issò a bordo e mi chiese chi fossi e dove fossi diretta. Io gli dissi il mio nome, gli chiesi in che anno eravamo e dove fosse diretta la nave. Rimasi trasecolata nell’apprendere che erano trascorsi cinque lunghi anni dalla mia partenza da Genova, ma fui contenta di sapere che quella nave era diretta al porto di Macinaggio. Evidentemente il destino voleva che io giungessi fino a voi”.
Adalberto le rivolse parole affettuose, consolandola per le sofferenze che aveva patito e la rassicurò dicendole: “Isabella, vostro zio mi aveva comunicato che eravate dispersa, ma io ho sempre sperato di potervi ritrovare. Adesso che il destino ci ha ricongiunto organizzeremo una grande cerimonia per festeggiare il vostro ritorno”.
Ma fu così che, dopo aver ringraziato Adalberto, Isabella disse: “Vi ringrazio, ma durante gli anni di prigionia ho fatto un voto, promettendo che, se mi fossi salvata, avrei realizzato il desiderio che avevo sin da bambina, cioè prendere i voti. Vi chiedo quindi di accompagnarmi in convento”.
Adalberto, seppur addolorato, comprese le motivazioni di Isabella e la accompagnò verso la sua nuova vita.

Andrea Iannolino IIA
ICS Giotto Cipolla
Palermo