Randagio

Sofia Dezzi Bardeschi
Liceo Classico “Galileo” di Firenze

 

Era il 24 dicembre 1996, il freddo mi intorpidiva le dita mentre la nebbia mi entrava dentro le ossa, era la vigilia di Natale ma io camminavo ancora per strada, senza amici, parenti, solo la mia sciarpa rossa mi faceva compagnia, vedevo finestre piene di lucine e gente che rideva attraverso esse, e io che continuavo a camminare…
“Ma a cosa serve tutto ciò?” era un uomo a parlare; se ne stava lì, seduto al lato della strada, trent’anni sputati, era proprio triste.
“In che senso?” dissi voltandomi stanca, feci quel gesto con una calma inquietante, come se fosse normale parlare con un vagabondo il 24 dicembre in mezzo alla strada, e ancora oggi non mi spiego il perché… l’uomo aveva alzato il volto, era stanco.
“Nel senso che questa pagliacciata del Natale mi sembra la cosa più stupida mai inventata”
Come poteva una persona dire questo della festività più famosa al mondo? Mi chiesi, quelle parole quasi mi ferirono, mi ferirono a tal punto dal provare ammirazione verso quell’uomo:
“Che ne dice di prendere allora un caffè per parlarne?”
L’uomo mi guardò dubbioso ma alla fine annuì accennando un sorriso. Entrammo nel bar e ordinai due caffè; ci sedemmo a un tavolo e un enorme silenzio si stabilì tra di noi, finché quel trentenne trasandato non aprì bocca:
“Randagio”
“Cosa?” dissi curiosa.
“Alcune volte bisogna essere un po’… randagi, no?” l’uomo fece una pausa per bere e mi guardò ridendo al vedere la mia faccia stupita. “Allora, immagina un cane, l’esempio più banale di randagio in circolazione…” continuò.
“OK…”
“Ora immaginati di vivere la sua vita, niente affetto, niente casa dolce casa o rifugio sicuro; l’unica cosa che hai è la cruda realtà” si fermò di nuovo per bere con gli occhi nel vuoto, tremava.
“Questo lo rende più forte e aggressivo verso il mondo, ora lui vede davvero ciò che è necessario; e allora capisce…”
Il silenzio rientrò nella conversazione come uno spettro malefico; stavolta toccò a me spezzare quel silenzio:
“…e cosa capisce?”
L’uomo si voltò lentamente verso di me:
“…capisce che in fondo è tutto troppo finto; capisce che quel giorno messo a caso nell’anno in cui chiunque è più buono serve solo a gli ipocriti per mettersi l’animo in pace: cosa mi interessa di aiutare il prossimo? Tanto c’è il Natale per quello… e non capiscono che invece il Natale è tutti i giorni! Non serve un albero di Natale né tantomeno un pranzo di natale, lo spirito del Natale è l’immedesimarsi in quel randagio …”
L’uomo riprese fiato, sembrava appena uscito da una maratona…
“…lo spirito del natale è capire l’essenziale” si strinse nelle spalle e mi fece un sorriso complice.
“Randagio” disse semplicemente soddisfatto.
Il resto del tempo lo passammo a bere tranquillamente in silenzio. Dopo un po’ arrivò il cameriere e mi porse lo scontrino e lo lessi…
1 Caffè
mi voltai…
la sedia era vuota…
Una scarica elettrica mi oltrepassò velocemente: non c’era…
Il cameriere mi richiamò scocciato risvegliandomi dallo shock, pagai il conto e uscii silenziosamente; alzai gli occhi al cielo, faceva più freddo di prima e ormai le stelle silenziose brillavano più delle luminarie, presi una boccata d’aria e risi divertita.
“Randagio” mormorai sovrappensiero, e quella era l’unica parola che mi tornava in mente.

Sofia Dezzi Bardeschi
Classe 1C – Liceo Classico “Galileo” di Firenze