Un giorno proprio come gli altri

Lorenzo Paciotti
Liceo Classico “Galileo” di Firenze

 

Le luci basse e il jazz che proveniva dalle casse, contrastanti con la totale assenza di clientela, rendevano il locale piuttosto malinconico. Don Cesare Vitelli era seduto a uno degli sgabelli di fronte al bancone, a sorseggiare un cocktail. Già dall’entrata si intuivano sotto il completo elegante le tozze forme che avrebbero potuto essere quelle di un ex pugile: ma don Cesare non aveva mai fatto del male a una mosca. Beh, aveva fatto fare del male e a ben più di una mosca, ma questo purtroppo rientrava nell’ordine naturale delle cose.
Emilio gli si avvicinò. “Dimmi, capo.”
“Eccoti, finalmente. Voglio che tu sistemi una faccenda. Ho saputo che una talpa fra di noi sta per passare alla mafia russa, e insieme a lei tutte le informazioni sui nostri traffici. Fa’ in modo di non farle spifferare nulla.” Che tradotto voleva dire farle attraversare il cranio da un po’ di piombo.
Scoperchiato l’accendino con uno scatto, Emilio accese la sigaretta in bilico fra le labbra. Fumare lo aiutava a rilassarsi prima di un lavoro. “Quanto tempo ho?”
“Si incontreranno domattina, il venticinque dicembre: arriva e riparti prima che loro abbiano idea di cosa stia succedendo. I russi avranno il loro bel regalino di Natale.” Don Cesare bevve un sorso dal bicchiere e lo fissò. Quello era lo sguardo di chi teneva la sua vita in pugno, e ne era consapevole. Da quando era entrato nel giro, Emilio non aveva avuto neanche uno spiraglio da cui uscirne; la morsa di don Cesare era più forte di quella di un’anaconda. “In serata ti manderò gli altri dettagli affinché la talpa ti confonda per uno di loro e abbassi la guardia quanto basta.”
Emilio annuì, lo sguardo perso nel muro dietro il bancone. Gli toccava uccidere anche per Natale, non c’era proprio tregua. Ma era così che, bene o male, andava il mondo. Si alzò, prese un’altra boccata dalla sigaretta e uscì.

L’edificio che ospitava l’Hotel Imperiale era un maestoso palazzo di fine Ottocento, decorato in tema natalizio a partire dalle piante a lato dell’entrata. Nessuno del personale lo notò mentre si dirigeva al vano ascensori. Con un sorriso triste fra sé e sé, Emilio fu costretto ad ammettere di essere diventato maledettamente bravo nel suo lavoro.
Le porte metalliche si aprirono con un ding, e apparve un corridoio illuminato da luci soffuse, in cui i passi erano attutiti dalla moquette purpurea. Emilio si mosse lungo i muri color crema, una porta dopo l’altra, finché non giunse davanti alla suite numero 217. Diede quattro colpi con la nocca, come indicato da don Cesare.
Dopo lo scatto del chiavistello, la faccia di una giovane donna si accostò allo stipite. Nonostante il lieve sorriso sulle labbra carnose, la cui sincerità era confermata dallo sguardo, appariva fredda e spigolosa per via del perfetto caschetto biondo che le incorniciava il viso. “Tu sei Vladimir, giusto?”
Pensava di fregarlo, la ragazzina. Era il giochetto più vecchio del mondo. “Igor.” Mentre lei gli apriva, lo travolse la consapevolezza di dover porre fine alla vita di questa ragazza, che avrebbe preferito incontrare davanti a un buon bicchiere in un bar e non per ragioni di lavoro, per di più sporco. Il ricordo di altre vite come la sua, tolte in passato da lui proprio come una bambina recide i fiori al massimo del loro splendore, non migliorò questa vaga tristezza. “Buon Natale, ad ogni modo.”
La donna si accese una sigaretta, la cui nuvola amarognola giunse fino a lui. “È sempre un giorno speciale, il Natale. Quest’anno ancora di più.”
Non immagini quanto, pensò Emilio passandosi una mano fra i capelli. Doveva decidersi ad agire, e per quanto gli dispiacesse non poteva fare altrimenti. “Posso usare il bagno?” Dopo un impercettibile cenno di assenso della donna, si chiuse nella stanzina, aprì l’acqua al massimo e sfilò da dietro la schiena pistola e silenziatore. Dopo averli montati, richiuse il rubinetto e aprì la porta, la canna puntata verso la donna.
Appena lo vide, si bloccò. Emilio capì che in un attimo aveva compreso tutto. “Tu non sei uno dei russi, vero?”
“Tu credevi di poter fregare la famiglia Vitelli. Sappi che non fa parte dei mondi del possibile.” Tirò un sospiro. “Purtroppo tocca a me fartela pagare. Non sai quanto mi dispiace, davvero, ma non ho alternative. O te, o i miei cari. È così che è sempre andata, con don Cesare.”
La donna era paralizzata, l’unica cosa che si muoveva in quella stanza era la sottile voluta azzurrognola che dalla punta della sigaretta si alzava arricciandosi nell’aria. “Aspetta. Aspetta ancora un giorno, sistemerò tutto, non puoi uccidermi proprio oggi, la mia fami…”
Emilio premette il grilletto.
La parete si tinse di rosso.
“Quello che la gente non ha ancora capito è che oggi è un giorno come gli altri. Proprio come gli altri.” Si allungò verso il corpo tiepido, sfilò dalle dita affusolate della donna la sigaretta e la accostò alle labbra. Sprecarla sarebbe stato un peccato…

Lorenzo Paciotti
Classe 3E – Liceo Classico “Galileo” di Firenze