Fracasso

Martina Passione
Scuola Secondaria di primo grado “Pieraccini” di Firenze

 

Camminava veloce, un’ombra scura che scivolava tra i vicoli immersi nel buio. Le scarpe di tela non facevano quasi nessun rumore, battendo sull’asfalto gelido. Il suo respiro la precedeva, condensandosi in nuvolette davanti al suo naso. Camminava e cercava di non pensare.
Forse era stato un moto improvviso di rabbia a farla uscire di casa senza la giacca, in una gelida sera di dicembre. O forse era stata solo la stanchezza. Era uscita sbattendo la porta, lasciando i genitori e il fratello ancora seduti a tavola, a fissarla allibiti. Non li aveva degnati nemmeno di uno sguardo, l’ultima frase di suo padre ancora sospesa nell’aria. Era corsa giù per le scale come se volasse. Uscita in strada, aveva iniziato a correre.
Ora, con il ticchettio dei suoi passi che rimbombava contro i muri delle case, cercava disperatamente di non pensare a nulla. Ma era come impedire al fumo di entrare da una porta chiusa. I pensieri erano lì, che si accalcavano dietro la porta della sua coscienza, esigendo di essere ascoltati.
Scosse la testa, cercando di ignorarli. Erano settimane che non faceva altro che pensare.
Aveva passato ore ad ascoltare sempre la stessa musica, arrovellandosi sulle stesse domande fino a non distinguerne più l’inizio dalla fine. Le sembrava di essere tornata bambina, quando si metteva davanti allo specchio e ripeteva sempre la stessa parola, fino a che quella non perdeva il suo significato. Allora provava una sensazione strana, come se avesse scoperto qualcosa di nuovo, e si metteva a ridere. Ora invece la faceva solo andare in bestia.
C’erano un sacco di cose che la mandavano in bestia ultimamente. Non ricevere risposta ad un messaggio, gli appuntamenti con gli amici che saltavano o dover essere costretta, per buona parte del giorno, a fare conversazione con persone che non le facevano né caldo né freddo.
Persino cose banali, come non riuscire ad aprire una lattina di Coca-Cola, le facevano saltare i nervi tanto da farle venire voglia di urlare.
Ma non urlava. Mai.
Continuava a tenersi tutto dentro, come un grande aspirapolvere che aspirasse tutto quello che trovava, senza mai risputare fuori niente. Ecco quello che era, pensò: un aspirapolvere. Un grosso oggetto, sgraziato e rumoroso, che continuava ad accumulare polvere fino a scoppiare.
Sbuffò, irritata, continuando a camminare. Chissà quanto ci sarebbe voluto, si chiese, perché i suoi genitori iniziassero a cercarla. Probabilmente erano ancora seduti a tavola, con in volto un’espressione tra lo stupito e il rassegnato, cercando di capire dove avessero sbagliato.
Sapeva che era terribilmente ingiusto, ma un po’ ci godeva a farli sentire in colpa.
Non sapeva neanche perché in realtà. Loro erano come tutti gli altri genitori che, improvvisamente, si trovano tra capo e collo una figlia adolescente: un po’ goffi e a volte imbarazzanti, ma pronti a parlare in qualsiasi momento.
Improvvisamente si sentì molto stupida e meschina. Non erano loro a sbagliare strategia: era lei. Era lei che rifiutava ogni richiesta d’aiuto con una scrollata di spalle, lei che si chiudeva in camera per ore rifiutando il contatto umano, lei che continuava a lanciargli quegli sguardi da “Voi-Non-Mi-Capite”.
Con suo fratello era stato diverso: lui era così perfetto, così bravo in tutto. Il figlio che ogni genitore vorrebbe. Dio solo sapeva quante volte aveva desiderato incenerirlo.
Quando era uscita di casa non avevano in mente una meta precisa, ma ora si accorse che i suoi piedi l’avevano portata al fiume. Sorrise, suo malgrado. Un sorriso amaro, che le increspò appena le labbra.
“E così è qui il nodo della matassa” pensò.
Camminò ancora per qualche metro, fino a raggiungere una rampa di gradini scivolosi, ricoperti d’erba. Li scese piano, attenta a non scivolare, e raggiunse l’argine scivoloso del fiume.
L’erba era ghiacciata, ma lei vi si sedette comunque. Guardò nell’acqua e vide il suo riflesso, che le restituì uno sguardo accigliato.
Qualcosa, forse una profonda rabbia repressa, la invase. Agguantò un sasso con le mani irrigidite dal freddo, e lo scagliò nell’acqua. Il suo riflesso, quella pallida, sbiadita imitazione di se stessa, andò in frantumi e fu come se un fiume in piena iniziasse a riversarsi fuori da lei.
Gridò, gridò con tutto il fiato che aveva in gola quello che sentiva. Era un urlo impossibile, primordiale, che racchiudeva tutti i pensieri che erano rimasti chiusi nella sua mente per tutto quel tempo. Tutte le ansie, le paure, le insicurezze che aveva provato rotolavano fuori dalla sua bocca come macigni. Urlò fino a stramazzare a sedere, la voce arrochita e gli occhi pieni di lacrime.
Fu in quel momento che iniziò a nevicare.
Fiocchi grandi, leggeri, scendevano dal cielo vorticando. Si posavano sulle sue mani, sui suoi capelli, ricoprendola di un manto bianco. Lei stava lì, ascoltando il silenzio intorno a lei. Le pareva irreale, dopo aver urlato così tanto, e cercava di respirare il più piano possibile, per paura di infrangerlo. La neve scendeva ancora dal cielo, quando notò il fiore.
Era solo un ciclamino, un semplice, piccolo fiore di campo. Eppure a lei sembrava bellissimo.
All’improvviso sentì qualcosa che premeva dento il suo petto, una bolla di risate calda e leggera che volò fuori dalla sua bocca e andò a confondersi con i fiocchi di neve.

La trovarono lì la mattina dopo. Sulla riva del fiume, coperta di neve, che stringeva in mano il fiore.
Sorrideva.

Martina Passione
Classe 3F – Scuola Secondaria di primo grado “Pieraccini” di Firenze