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AFRICA, TUKO PAMOJA: QUANDO SI DIVENTA DONNE

Africa, Kenya, Nairobi. Donne diverse da noi, donne come noi. Rifletto sulle diversità, a tratti ne vedo molte, a tratti non ne vedo alcuna.

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Circa 4 mesi fa, mi preparavo a partire alla volta del continente nero, quella parte del mondo chiamata unitariamente “Africa” ma che di unitario non ha niente, con tutti quei colori e quelle culture diverse tra loro, il nome “Africa” è più una formalità che altro.

Qualche giorno fa a Roma ho incontrato una ragazza con un bimbo in braccio, non ho potuto non fermarmi. Tenendo in braccio il suo bambino, ho sentito la sua piccola mano nera appoggiarsi sul mio petto, e in un attimo sono tornata a Nairobi. Le ho chiesto da dove venisse, lei mi ha risposto: “Senegal, sono qui da circa 1 anno” Non so altro, non so cosa faccia per vivere o sopravvivere, posso solo immaginare, avendo toccato con mano, la misera dalla quale è scappata, forse per un istinto materno, nella speranza di dare a quel suo bimbo un futuro migliore.
Come donna, non potrei mai ignorare una donna come me, con un bimbo in braccio, indipendentemente dal colore della sua pelle.

Osservare le donne è stata una delle attività più dure che ho svolto a Nairobi, non è stato automatico, ma ho trovato risposte a domande che non mi ero neppure posta.

Essere donna in Africa vuol dire convivere con un grado di emarginazione tale da diventare inesistente agli occhi della società. In Kenya le donne costituiscono la metà della popolazione, malgrado ciò, continuano a subire discriminazioni. Sembra non essere servita a nulla la nuova Costituzione emanata nel 2010 che si impegna a tutelare maggiormente l’eguaglianza fra i sessi, è sempre la solita vecchia storia, la donna vista come subalterna dell’uomo. In realtà, il punto della situazione è un altro: ciò che in Africa conta davvero è la cultura, e non parliamo di una cultura nata ieri, ma affermatasi, e consolidatasi nel tempo e nello spazio, che non viene messa in discussione perché, semplicemente, è sempre stato così, a tal punto radicata da creare quasi dei muri immaginari nella mente di ogni persona, muri insuperabili.

Basti pensare ad una delle culture dominanti di questa terra, la cultura Maasai: secondo il loro modo di vivere è normale la pratica della mutilazione genitale femminile, non si può essere donne, non si può essere spose, e ,se si è figlie, si porta disgrazia alla famiglia, se non si viene mutilate.

Forse al mio arrivo in Kenya ero più inconsapevole, ma non mi ci è voluto molto per aprire gli occhi e vedere che effettivamente quella emarginazione e quel senso di inferiorità tramite il quale le donne vengono stigmatizzate esiste realmente. Ho visto bambine e bambini giocare insieme, ho chiesto ai più grandicelli che tipo di rapporto avessero con l’altro sesso, le risposte di una purezza disarmante, mi hanno spinta ad osservare più a fondo: maschi e femmine sono amici da piccoli, ma cosa succede poi? Qual’e il momento in cui una bimba diventa donna?

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Durante le cosiddette visite domiciliari, abbiamo la possibilità di entrare nelle baracche, conoscerne gli abitanti e godere della meravigliosa ospitalità che, solo le persone che non hanno davvero nulla, sanno farti sentire, nella voglia di condividere quel nulla con te, che sei solo un “Muzungu”.

Una visita come tante, una mamma non troppo giovane tiene in braccio un bimbo bellissimo, ci spiega che è il suo ultimo nato, che con lei vivono le altre 3 figlie femmine, solo la più grande è lì in quel momento. Brittany, 15 anni,  seduta a poca distanza dalla madre, il resto delle ragazze sono sue amiche. Lei non ci guarda in faccia, schiva i nostri occhi, ad un certo punto però, sceglie forse inconsapevolmente di guardarmi, e nei suoi occhi colgo qualcosa di mal celato, realizzo subito che è incinta, il pancione era nascosto, impercettibile ad un occhio disattento.

Ecco, questo è uno di quei momenti che, se volessimo schematizzarlo in due fasi nettamente distinte l’una dall’altra, si presenterebbe così: la prima fase è quella di arresto, ci si ferma, si avverte la presenza imminente di un “gap” tra le culture e si sceglie di non fare ulteriori passi per paura di superare confini che dovrebbero rimanere invalicati. In questa fase ho assistito alla vergogna sul suo viso di bambina. La seconda fase è quella del movimento, arriva se si ha il coraggio di fare quel passo, è la fase in cui si pensa “sono una donna come te, sono una ragazza anche io, non esistono differenze tra noi, non supererò alcun confine se ti darò la possibilità di parlarmi”. In questa seconda fase le ho chiesto di non provare vergogna, le ho detto che se avesse avuto voglia di parlarne io l’avrei aspettata fuori dalla baracca, al riparo dagli occhi del resto dei miei accompagnatori. Abbiamo superato insieme quel gap culturale, Brittany mi ha raccontato di come, una sera, mentre tornava a casa con una tanica d’acqua in spalla, era stata sorpresa al buio vicino agli alberi che circondano la baraccopoli, da un ragazzo del suo villaggio, non molto più grande di lei, “he took me” mi ha detto con quella faccia da bambina. Da quel momento non lo ha più rivisto. Quella sera Brittany ha scoperto di essere diventata una donna.

Alcune stime ci spiegano che, solo nel 2014, il 41% delle donne keniote ha subito violenze, il governo guidato dal presidente Uhuru Kenyatta ha adottato campagne di prevenzione per ridurre questa percentuale, ma il problema è che, gli esseri umani che ho conosciuto camminando per gli slum, non esistono agli occhi di chi governa il paese. Sono gli ultimi del mondo, i più miseri ed i meno informati. Queste campagne di prevenzione non arrivano tra i vicoli delle baraccopoli.

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Vorrei spezzare una lancia a favore del lavoro che ho visto svolgere da molti operatori (social worker)che collaborano con la lega missionaria delle Evangelizing Sisters of Mary che hanno creato all’interno di queste realtà una vera e propria rete di solidarietà, contribuendo ogni giorno al miglioramento delle condizioni di vita negli slum, portando avanti dei corsi di “economic and social empowerment”, mettendosi a disposizione per ascoltare e dare sostegno. Certo, è solo una piccola goccia in un oceano di solitudine, miseria, silenzio e disinformazione.

Dal contatto con queste persone ho avvertito il bisogno di ricercare il momento in cui, in realtà così marginalizzate del mondo, una ragazza capisce di essere diventata una donna.

E’ facile rispondere nel nostro mondo, è facile perché la maggior parte di noi ragazze ha una madre che la guida, o per lo meno a disposizione, una serie molto ampia di mezzi per informarsi.

In Africa non è così, ci si scopre diverse in un giorno, ci si ritrova sole a fare i conti con questa diversità. L’ho visto negli occhi di Brittany, che non sapeva nemmeno di essere diventata donna quando è rimasta incinta. Ho visto nei suoi occhi la volontà di andare avanti, la paura di non essere in grado, la vergogna di aver subito una violenza, e l’emarginazione che ne è scaturita.

Ho ascoltato donne succubi, spaventate e paralizzate, non in grado di trovare parole per descrivere la propria solitudine se non con gli occhi.

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Ho conosciuto donne forti, ho parlato con alcune di loro, ho scoperto il loro viso pulito nel raccontarmi che si erano separate dal proprio uomo, perché “he didn’t respect my children”. Ogni volta che noi volontari abbiamo ascoltato racconti così, abbiamo gioito e ne abbiamo parlato come se avessimo visto una cometa in un cielo perennemente senza stelle. Nel ritorno a quella timidezza di madri bambine abbiamo ascoltato in silenzio, increduli, i sogni di quelle bimbe che, per i loro di bimbi, vogliono un futuro migliore. Donne che hanno scelto di accogliere nella loro famiglia altri bambini, orfani della guerra etnica che ha attraversato il Kenya nel vicino 2008. Ho visto il modo in cui si prendono cura di questi piccoli, superando i vincoli di sangue.

Ho conosciuto giovani donne, che hanno avuto la fortuna di essere accolte nell’orfanatrofio delle suore di Madre Teresa, cacciate dalla propria casa, perché troppo diverse, emarginate perfino da coloro che le avevano messe al mondo.

Il giorno in cui abbiamo visitato l’orfanatrofio, non eravamo diretti da loro, una delle giovani mamme, è uscita dall’edificio, e mi è venuta incontro, mi ha preso la mano e mi ha chiesto “why you don’t come to visit our babies?”, superando con una semplice domanda il muro di emarginazione in cui vivono anche all’interno dell’orfanatrofio stesso. Sono entrata, il silenzio custodiva i piccoli respiri di quei bimbi nati da quelle bimbe. Delle bimbe.

A questo punto mi chiedo che senso abbia cercare di rintracciare il momento in cui queste bimbe sono diventate donne, non esiste quel momento, la maggior parte delle volte si diventa madri ancora prima di diventare donne, e probabilmente donne non si diventa mai, si rimane in un limbo, a metà tra l’infnanzia e la maturità e se si ha la fortuna, ci si circonda di altre realtà simili,e si affronta insieme questo limbo.

Donne diverse da noi, donne come noi. Rifletto sulle diversità, a tratti ne vedo moltissime, incolmabili, a tratti non ne vedo alcuna. Mi oppongo e mi opporrò sempre all’indifferenza con la quale anche qui, nel nostro mondo occidentale, dove quotidianamente si fregia delle bandiere dell’accettazione e del sostegno alla diversità, vengono trattate queste realtà di madri giovani, di ragazze che, più o meno consapevolmente, vedono la loro vita cambiare da un giorno all’altro, ed in un battito di ciglia si trovano ad essere madri. Non se ne parla, se si incontra una giovane con il pancione la maggior parte delle volte lo sguardo si volge altrove.

In ogni battaglia culturale, si esce dall’indifferenza con le parole, con l’informazione. Da tutti questi incontri africani ho imparato a guardare dritto negli occhi anche il dolore di questa indifferenza ed ho scelto di comportarmi in una maniera diversa, basta veramente poco.

Tuko Pamoja.

GiacomoGiacomo Onlus

 

Foto credits: Lavinia Inciocchi