La storia di Musti, dal Bangladesh all’Italia

L’articolo di Giacomo Sgobbi del Liceo Dante Alighieri di Roma nell’ambito del percorso di Alternanza Scuola – Lavoro

ROMA – I clienti più affezionati lo chiamano Musti. La sua frutteria ormai di sera è un ritrovo per i ragazzi del quartiere, che passano per salutarlo, farsi una birra insieme e scambiare quattro chiacchere. Il suo nome completo è Mustafa Alì Munshi, ha 38 anni, pochi capelli, un girovita non indifferente e una simpatia genuina.

Arriva dal Bangladesh in Italia nel 2004 senza masticare una parola di Italiano e con un visto turistico. Quando entri nel suo negozio, dopo pochi secondi di chiacchierata Musti ti indica le foto della sua famiglia e della sua casa, che si è lasciato alle spalle per cercare fortuna nel nostro paese.

L’impatto con l’Italia non è positivo come credeva. Dopo pochi giorni si ritrova con i suoi pochi risparmi, a dormire in una pensione di periferia. “Non parlavo l’Italiano – racconta Mustafa – non avevo un amico, un conoscente e passavo le mie giornate in cerca di una occupazione. In una settimana ho chiesto lavoro a più di 3000 persone.” La prima opportunità arriva qualche mese dopo: trova lavoro al mercato di Piazza Vittorio, nonostante ancora non parlasse Italiano. L’orario di lavoro è dalle 16 alle 4 di notte. La paga è misera: 10 euro al giorno, ovviamente in nero. “Sono rimasto al mercato per 1 anno, il tempo per guadagnarmi abbastanza per una scuola di Italiano.” Mustafa infatti sa bene che conoscere la lingua è l’unico modo per cercare di aprirsi delle strade. Non appena comincia a parlare l’Italiano con una certa dimestichezza, chiede al suo datore di lavoro un aumento, ma non lo ottiene e perde il lavoro. “Dopo questa prima esperienza di lavoro – racconta – ho avuto la fortuna di avere una amica come Teresa, una cliente abituale, che mi ha dato una mano”. Teresa garantisce vitto e alloggio a Mustafa, in cambio lui la aiuta nei lavori di casa.

Una settimana dopo squilla il telefono. E’ il suo vecchio datore di lavoro, che gli propone di tornare al mercato per 25 euro al giorno. “Ho accettato la sua offerta a malincuore, dato che la mia ambizione era quella di fare il cuoco”. Nel frattempo passano gli anni, ma lui resta in nero. “La vera svolta arriva 2007, a Settembre, grazie alla sanatoria sono finalmente in regola”. Intanto il suo datore di lavoro al mercato, vende l’attività ad un Egiziano, che lo caccia. Interviene anche questa volta Teresa, che gli trova un lavoro come lavapiatti in un ristorante, che però non lo mette in regola. “E’ stato sicuramente uno dei periodi più bui della mia vita. I pagamenti arrivavano in ritardo, se arrivavano, ed erano sempre in nero.” Dopo 4 mesi Mustafa se ne va, e trova un lavoro in regola, come cuoco in un noto locale di Roma. “Pensavo di aver raggiunto il mio sogno, ma non avevo tenuto in considerazione il razzismo del mio nuovo datore di lavoro. Lo stipendio era misero, mi trattava male, e gli orari di lavoro erano diversi da quelli che erano stati pattuiti.” Per la prima volta dopo tanti anni prende delle ferie e torna in Bangladesh. Lo tsunami ha distrutto la sua casa, molti suoi amici sono morti. Quando torna in Italia chiede l’asilo politico, che gli viene concesso. “Ogni giorno andando a lavoro, vedevo un cartello con scritto affittasi. Quindi dopo anni di sacrifici e con i risparmi di una vita, ho puntato tutta su questa attività. I primi 6 mesi sono stati infernali, vendevo pochissimo, la gente non si fidava. A malapena riuscivo a pagare l’affitto.”

Oggi Mustafa si ritrova circondato di amici, un’attività che va bene, una moglie Italiana che ha conosciuto al negozio, e un bambino nato una settimana fa. “Cosa significa per me l’Italia? Accoglienza e integrazione. Anche se i primi anni sono stati duri, grazie ai fantastici amici che mi hanno appoggiato e sostenuto sono riuscito ad arrivare fino a qui. Tornerei in Bangladesh? Certo, ma solo per le vacanze. Ormai il mio paese è questo.”

di Giacomo Sgobbi – Liceo Dante Alighieri di Roma