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AFRICA: TUKO PAMOJA, UN GIORNO DI SCUOLA, DUE DI VITA

AFRICA, KENYA, NAIROBI. Istruzione e speranza : “Pamoja tunaweza, kama si ni pamoja”: insieme possiamo se stiamo insieme.

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“Repeat: One, two three,for,five”.

“One, two, three, for, five”.
Erano queste le voci che sentivamo provenire dalle impolverate finestre della scuola di San Martin, in quella calda mattina di Dicembre.
Generalmente si pensa che contare fino a cinque possa essere una cosa banale: spesso si consiglia alle persone di contare fino a dieci prima di parlare, contare fino a tre è l’ultimo passo prima di una punizione, contare, è insomma una cosa normale, banale. Per noi.
Contare a Nairobi, nella scuola di San Martin, non ha il valore di un bicchiere d’acqua, ma è l’unico mezzo per averne due domani, e non è neanche un mezzo sicuro, ma è una possibilità.
Contare a Nairobi vuol dire prendere un diploma, imparare un mestiere e d avere una vita dignitosa. Vuol dire pagare l’affitto di una stanza fatta di mattoni, o di un misero lotto di terra fangosa. Contare vuol dire creare una famiglia, mettendo al mondo dei figli sussurrandogli all’orecchio: “Puoi contare sul mio appoggio”.
Quante cose meravigliose si possono fare, imparando a contare a Nairobi.
L’istruzione, è un’esigenza alla quale la comunità internazionale tenta di rispondere nella maniera più efficiente, ma richiede investimenti faticosi, dei quali, spesso, noi Occidentali non riusciamo a cogliere pienamente il significato.

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Per noi volontari italiani, al contrario, ascoltare le testimonianze delle ragazze e dei ragazzi i quali, una volta usciti dalla scuola dello Slum, hanno trovato il loro posto nel mondo, ha fatto cogliere appieno il perchè di tanto lavoro.
Mattone su mattone, tra campagne italiane di sensibilizzazione e raccolta fondi, ecco che progetti come quello della scuola si St Martin dipingono pareti di cielo dove mancano finestre. La speranza può accendersi anche nei luoghi più improbabili e, in quel caldo dicembre, noi volontari abbiamo avuto l’onore di vedere quella luce sulla nostra pelle. La luce della speranza passa per gli occhi dei circa 300 bambini che ogni giorno salgono e scendono le cigolanti scale della scuola. Passa per le parole di quelle maestre che sollecitate da noi, hanno scelto di prendersi cura della scuola, imparando a sentirsi a casa e non più delle ospiti di passaggio.

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Nel 2015 la Commissione europea ha stanziato circa 52 milioni di euro in un progetto internazionale sull’educazione elementare presso 42 paesi che si trovano in emergenze umanitarie ed economiche.
Il Jesuit Refugee Service, network mondiale di sostegno alle comunità di rifugiati, ha lanciato, nel Dicembre 2015, una campagna di 39 milioni di euro per far arrivare l’educazione scolastica a centomila minori accolti nei campi di rifugiati in Africa ed Asia. Sembrerebbe che il Kenya, incluso in queste ed altre campagne internazionali, non sia abbandonato a se stesso. Ve ne sono altre di scuole come quella di St Martin costruita dalle “Evangelizing Sister of Mary” grazie al supporto della GiacomoGiacomo Onlus ma, passeggiando per le strade dello slum di Kariobangi, gli occhi stanchi ed accaldati di tutti quei bambini sembrano aver bisogno di più supporto, più amore, e più impegno da parte nostra..
I dati sono ben noti: l’1% della popolazione mondiale detiene la metà della ricchezza esistente sulla terra, ma questa disumana sperequazione è vista come un problema lontano: ” La fame e la mancanza di educazione sono problemi seri”, si sente spesso nei salotti sociali delle nostre splendide capitali occidentali.
Come se la fame e la mancanza di educazione dovessero esistere per forza, come se il mondo senza queste problematiche non fosse mondo, come se la loro mancanza mettesse a repentaglio quello squilibrio che causa sofferenza a moltissimi e sicurezza a pochissimi. Gli stessi pochi che possono parlare e che sanno contare.
“Pamoja tunaweza!”, insieme possiamo. Sono queste le parole che si urlano nel cuore dello Slum di Korogocho. Korogocho, in kiswahili “Caos”. Un caos di baracche in amianto, strade impolverate, “black rivers di rifiuti e scarti, mancanza di tutto: acqua, luce elettrica, bagni pubblici e privacy. Sembrerebbe la descrizione di un moderno girone dantesco, ma nulla di più reale caratterizza questo angolo della periferia di Nairobi, abbandonato all’indigenza ed alle molteplici assurdità sociali. Una di queste? La mancanza di istruzione. Per questo motivo, i volontari della comunità di St John gestiscono una scuola dove più di 700 bambini dello slum possono ricevere l’istruzione primaria ed una biblioteca frequentata, nel pomeriggio, da più di cinquecento ragazzi e ragazze.
Insieme possiamo, se stiamo insieme.

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L’esperienza di Nairobi mi ha cambiato irreversibilmente. Tornare sui libri non è stato difficile come pensassi.
Dovremmo solamente sforzarci, noi che siamo quell’1% che detiene la metà della ricchezza, di trovare la felicità nel bel mezzo delle sfide, di ragionare su come quella felicità possa essere la risoluzione di queste fratture sociali concrete, tangibili ed apparentemente irrisolvibili. Mentre scrivo, guardo il mio manuale di diritto penale e penso a tutte le pagine bianche che corrispondono ad ognuna di queste pagine scritte: pagine che dovrò scrivere io, con la mia penna. A quel punto, mi piace pensare che non dimenticherò Nairobi, le sue voci ed i suoi occhi pieni di luce: connubio che mi ha perforato il cuore e continua incessantemente a sussurarmi, “Pamoja tunaweza, kama si ni pamoja”: insieme possiamo se stiamo insieme.

Tuko Pamoja.

TUKO PAMOJA

GiacomoGiacomo Onlus

Foto Credits: Lavinia Inciocchi