Intervista a Giacomo Losi

L’intervista di Irene Sigillo – Liceo Dante Alighieri di Roma

ROMA – Giacomo Losi, capitano storico della squadra Roma, vanta ben 386 presenze da titolare, dirige ora l’associazione calcistica giovanile Valle Aurelia. Ha parlato con noi riguardo la sua carriera.

Quando e perché ha incominciato a giocare a calcio?

“Io ho incominciato a giocare a calcio quando avevo 13 anni, da bambino, a Sorcino in provincia di Cremona in mezzo alla strada. Non avevamo neanche il campo e abbiamo creato una squadretta tra amici, ci siamo comprati anche le magliette da soli. E lì incominciai a giocare a pallone diciamo, perché prima mi piaceva molto la bicicletta ero un appassionato di Fausto Coppi. Ho scoperto il pallone improvvisamente giocando per strada con gli amici”.

Cosa pensavano i suoi genitori riguardo questa sua scelta di fare il calciatore?

“Non è che pensavano che io potessi andare avanti a giocare a pallone come giocatore di calcio a certi livelli, neanche mi chiedevano come andavo. A 16 anni mi presero alla Cremonese, ma mi presero come ragazzo e debuttai lì in prima squadra. I miei compagni mi tenevano come un bambolotto, perché erano tutti più grandi di me. Ma da lì vincendo il secondo campionato di quarta serie qualcuno da Roma mi ha visto, anche se io pensavo di andare dappertutto ma non a Roma”.

Quindi è stata una sorpresa?

“E’ stata una sorpresa perché quando mi hanno chiamato mentre ero in vacanza, al telefono pubblico perché non ce l’avevamo in casa, mi hanno detto: ‘Ti abbiamo ceduto ad una squadra di Serie A’. Non ho neanche domandato la squadra che era tanto che ero contento, pensavo fosse il Bologna, o l’Inter in cui avevo giocato in prestito in due tornei internazionali in cui uno vincemmo su goal mio. E da lì pensai all’Inter, invece è venuta fuori la Roma. Però è stata una piacevole sorpresa perché Roma, beh era un bel viaggio per me, non c’ero mai stato a Roma ma già ci impressionava a noi ragazzi, venivamo dai tempi della guerra non è che conoscevamo qualcosa al di fuori del paese. Quando mio padre mi portò a Milano nel ’54, avevo 19 anni, per prendere il treno per Roma mi disse: ‘Cerca di giocare bene o devi andare a fare il magutt (manovale)’ Quando sono arrivato a Roma pensavo di fare la mia gavetta e invece mi convocarono a fare gli allenamenti in prima squadra, debuttai nel girone di ritorno contro l’Inter vincemmo 3:0 e da lì diventai titolare della squadra”.

Quali sono stati i momenti più piacevoli della sua carriera?

“Ma, sono stati tanti. Poi io alla Roma sono stato tutta la vita, perché ho incominciato qui e finito qui. Quando mi hanno detto che potevo andare a giocare in un’altra squadra se volevo, dissi che se non giocavo nella Roma non volevo più giocare, poi quando ho smesso di giocare mi sono messo ad allenare”.

Le piace di più fare il giocatore o l’allenatore?

“Beh era più bello fare il giocatore. La mia passione è questa, se potessi giocare adesso a 80 anni lo farei, però sai l’età non perdona”.

Cosa pensa della situazione odierna del calcio?

“Il calcio è cambiato, ai miei tempi era passionale, un calcio che amavi. Giocavi perché ti faceva piacere giocare, non c’era prima vengono i soldi e poi il gioco. Non pensavamo mai a quello che ci davano, andavi lì e ti davano quello che ti davano. Poi è arrivato il calcio moderno, nazionali, la carriera è andata avanti ma prima che succedesse questo sono passati anni. Adesso già i bambini i genitori pensano al guadagno. Il gioco del calcio è un divertimento, una cosa bellissima, se fatto con lo spirito, se lo fai pensando che devi guadagnare cifre esorbitanti allora non va bene. Io insegno a giocare a calcio cercando di insegnare le basi del gioco, ad essere corretti. Io non ho mai avuto una squalifica, ad esempio, per me questo è un vanto. Io intendo il calcio come una vita se sei corretto nel calcio, sei corretto nella vita. Il calcio deve essere una cosa gioiosa, non opprimente. Questo insegno ai miei ragazzi”

di Irene Sigillo – Liceo Dante Alighieri di Roma