È morto George Martin: se ne va un grande

È morto George Martin: se ne va un grande

 

Era facile osservarlo. Da lontano, nessuno forse lo avrebbe mai riconosciuto. Certo non aveva l’aria di una rockstar, di un divo hippie: forse davvero non aveva l’aria di un Brian Epstein tutto scandali, morte e rumors. Era alto e slanciato come un fuscello. Elegante e signorile al massimo grado, un viso serio e attento, a tratti illuminato dal delicato celeste nordico degli occhi sorridenti. Un bello, sì , ma per nulla dannato, insomma. Un uomo tutto d’un pezzo: molto British, poco freak, ma genius al quadrato, se non al cubo. Questo e molto, ma molto altro ancora è stato Sir George Martin, il produttore discografico noto per aver lavorato su gran parte dei successi dei Beatles, morto purtroppo lo scorso 8 marzo all’età di 90 anni. Straordinariamente dotato di una cultura musicale sterminata (da piccolo sognava di diventare “il nuovo Rachmaninov”) e di un modo di fare da gentiluomo d’altri tempi, George Martin ha rappresentato la chiave di volta del passaggio dal pop di “Love me do” alla psichedelia di “Revolver”: capace, con una grazia e una personalità (apparentemente) in sordina (lontana dalle urla, dalla Beatlemania, dall’Ed Sullivan Show, da John Lennon drogato che strimpellava al piano “Obladì Oblada”) di trasformare in solide realtà le intuizioni un po’ visionarie di due pazzi privi di qualunque base musicale ma vogliosi di mettersi in gioco e creativissimi come Lennon e McCartney.
A dare la triste notizia è stato Ringo Starr, l’ex batterista della band inglese, che su Twitter ha scritto “Dio benedica George, che riposi in pace, con amore a Judy e alla sua famiglia, Ringo e Barbara”. Poi, dopo il colpaccio, cinguetta una foto di loro cinque insieme con il commento “Grazie per tutto l’amore e la gentilezza, George. Pace e amore”. Anche il mitico Macca non ha tardato a farsi sentire, ricordando il “quinto Beatle” con un Tweet che mostra i due musicisti insieme e il messaggio: “Il mondo ha perso un uomo davvero grande” .
McCartney, in effetti, dalla sua levatura di Baronetto (un tempo però anche lui teddy boy in giro per le viuzze di una Liverpool sporca e bagnata), ha colpito nel segno descrivendo Martin il suo vero “Padre”: e definendolo , sopratuttto, un “Grande”.
Esatto, dice bene. Davvero grande. Ma, già che ci siamo, togliamoci questa curiosità: chi diavolo era quest’uomo così misterioso e al tempo stesso mitico, indimenticabile a tal punto da meritarsi l’appellativo di “padre” da un duro come McCartney in fatto di relazioni familiari? Difficile rispondere… Come tutte le grandi personalità dipanatesi sulla pista infinita della storia, è un’impresa impossibile parlarne eloquentemente, figuriamoci poi definirle totalmente. Mi darò da fare alla “bell’e meglio”, e forse alla fine anche voi (e io per prima) scopriremo qualche cosa. Chi era George Martin, dunque? Ebbene, con grande semplicità vi dirò che George Martin è stato, come chiosano le parole di Paul, per prima cosa, un Grande. Suona banale? Niente affatto. Questo perché la grandezza di Martin non è tutta scontata come sembra. E sta proprio lì il bello. Del resto, altro che humor & nonsense, qui stiamo parlando della mirabile mente ordinatrice dietro a successi planetari quali “A day in the life”, “Yesterday”, “Eleanor Rigby” e “Penny Lane”! Stiamo parlando di un uomo, sì, ma non di un uomo qualunque: un padre, un amico, un produttore. Quante facce ha questo Martin? Non poche, dato che stiamo parlando di George Martin, il solo e l’unico detentore di un primato stellare: quello di aver definito “piuttosto orribili” quattro scapestrati di Liverpool incapaci perfino di leggere la musica, per poi passarci tutto il resto della vita. Esiste forse una storia più musicale di questa?
Chi era Goerge Martin, allora? Un grande. Ripeto. E non mi stancherò di dirlo. Perché? Perché Martin aveva quella rarefattissima capacità di manovrare senza dominare, di lasciare il segno senza incidere, di dire qualcosa al mondo senza mai sbraitare. Si direbbe, una personalità silenziosa. Certo. Talmente silenzioso e taciturno (molto poco Rooftop Concert ’69, senz’altro), che fu proprio lui a plasmare, come un Demiurgo Platonico, il mito del… ”Cavern”, a Liverpool, dove nacquero i Fab Four. Talmente silenzioso e taciturno che l’idea di ricreare (con un’orchestra di 90 musicisti e un pentagramma schizzato dai suoni dodecafonici ), la genesi dell’universo nei pochi secondi di “A Day in the Life”: una meraviglia che è tutta farina del suo amabile sacco. Lui, così taciturno, così silenzioso, se ne è andato via senza far rumore, forse perché tutta la musica l’aveva già data in quei pochi, monumentali , secondi di “A day in the life”, il capolavoro di una, nessuna e centomila vite (compresa la mia, la loro, la vostra…). Chi era George Martin? Potremmo continuare a (ri)porci questa domanda all’infinito senza mai arrivare a capo di nulla. Forse la risposta è da ricercarsi, come si suol dire, ab ovo. Chi era George Martin? Forse nemmeno lui lo sapeva bene, forse il suo modo per dirci addio è tutto da ricercarsi tra le linee musicali delle canzoni dei suoi quattro rampolli scapigliati. E forse il modo migliore per dirgli addio è risentirci, in silenzio, (come lui sapeva fare), la canzone attraverso la quale il quinto Beatle ha messo tutto se stesso.
Silenzio. Musica, maestro!
(“I read the news today oh, boy…)

Chiara Donati
Classe 3D – Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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