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AFRICA, TUKO PAMOJA: ESSERE UOMINI A NAIROBI

Africa, Kenya, Nairobi: Dignità, Rispetto, ingredienti fondamentali per poter prendere per mano i propri figli, e dire loro: “segui la mia strada”.

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“Sono un bambino, ho appena 8 anni anni, ma sono già un Uomo. Qui a Nairobi non c’è spazio per i bambini.

Devi imparare a provvedere a te stesso sin da quando sei piccolo: girare da solo per strada, trovare il cibo e l’acqua per te e i tuoi genitori, rimediare un lavoretto giornaliero e magari anche qualche ora di scuola. Tutto questo perché mio papà ha deciso, con il tempo, di diventare bambino: sta sempre in giro, non torna a casa la sera e spesso lo vediamo divertirsi con gli amichetti o con qualche ragazza diversa da mamma. Non so cosa voglia dire essere uomo a Nairobi, perché potrebbe essere ciò che voglio diventare, o ciò che già sono da tempo. Sono certo, solamente di quanto sia difficile  trovare la giovinezza negli occhi di un bambino ed una guida nella voce di un adulto.

La vita cosa mi riserverà? Non lo so, ma continuo a camminare dritto, sperando di crescere e diventare grande, come si deve.

Nel frattempo seguo la strada buona, di tutti quegli uomini che lasciano la propria casa al sorgere del sole, e vi fanno ritorno dopo il tramonto, con la soddisfazione di poter dare da mangiare ai propri figli, con quei pochi soldi che guadagnano. Mi rendo conto che i miei passi, non camminano sulla stessa strada di mio padre.”

E’ difficile parlare degli uomini africani, ci addentriamo quasi in bilico sul filo del rasoio tra la banalità e l’impressione globale che non è molto positiva.

Vivono la vita affettiva con parecchia superficialità, lasciando spesso le donne sole quando la realtà presenta il conto della responsabilità.

La fatica della vita, nelle realtà degli slum, è sulle spalle delle donne.

Ma è una costante diffusa che deve farci acquisire consapevolezza, senza spaventarci. Le eccezioni non sono molte, ma quei pochi uomini che si comportano da spina dorsale per i propri cari appaiono piuttosto luminosi ai nostri occhi. Abbagli di umanità, di speranza, in realtà cosi misere, lasciano a bocca aperta.

Il maschio africano non ha in genere paura di mostrare i suoi sentimenti, vive profonde sensibilità spirituali ed è consapevole della propria fede.

Uomini allegri, simpatici, esuberanti, forti, abili nel gioco sportivo, pronti all’ascolto e anche alla discrezione: favoriscono le condivisioni.

La pecca però è l’incostanza e la superficialità. Un occidentale non  ha neanche la radice quadrata delle qualità immediate che puoi raccontare in un africano, ma se ti dona la sua amicizia, puoi star certo che ci puoi contare per tutta la vita.

Michael è una delle persone che ci ha accompagnati durante i giorni a Nairobi, uomo acuto e sveglio, era la nostra guida a Kariobangi, collabora con i padri comboniani.

E’ stato per noi un punto di riferimento, un amico, un padre, una guida, un fratello. Uomo di mezza età, ha una figlia piccola, Angel, che costituisce la ragione di tutti i suoi sforzi e la destinazione finale di tutto il suo affetto. Crede molto nel suo futuro, parla spesso di lei, e forse vorrebbe poterle dare una vita diversa rispetto a quella che la quotidianità di Huruma può riservarle. Ama essere rispettato, dagli uomini come lui. Cerca spesso un confronto e un dialogo alla pari con i maschi del nostro gruppo, si interessa alle nostre vite occidentali e non esita a riempirci di domande per mettere tasselli che lo aiutano a completare il mosaico della diversità. Con le ragazze scherza, non è assolutamente timido e cammina ogni giorno abbracciandosi una “muzungu” diversa, come a lanciare un messaggio per le strade del tipo ” ehi, guardate con chi sono oggi!”. Spesso e volentieri ci ha fatto richieste esplicite, di vario genere: alcool per le sue serate, sigarette per le pause nelle lunghe giornate, finanziamenti per la scuola di Angel e vestiti. Questo mi ha fatto pensare ad una sfumatura di uomo africano che non aspetta che il bianco bussi alla sua porta per accoglierlo a cuore aperto, ed in tutti i modi possibili. Michael arriva al punto, senza girarci troppo intorno, consapevole delle innumerevoli battaglie che dovrà affrontare. Sa’ che ogni giorno deve correre più veloce, e non vuole assolutamente rimanere indietro. Ha sempre esternato collaborazione, sacrificio, voglia di poter essere utile, in qualsiasi modo e ad ogni costo. In ogni giornata di attività a St. Martin è emerso il suo essere padre, nel gestire l’oceano di bambini che puntualmente ci inondava. E’ emerso il suo senso di comunità, nel ricreare l’ambiente dove ci si ritrova tutti nello stesso cerchio. E’ emerso il suo “essere uomo”.

Michael probabilmente costituisce una delle tante eccezioni alla figura di uomo africano, pur rientrando egli stesso tra le fila dei disoccupati.

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Nel continente nero, secondo le statistiche della world bank, nel periodo 2009-2014 il tasso di disoccupazione è stato pari al 40% su una popolazione di 43 milioni di persone. Cifre che parlano da sole, eppure, la dignità si nasconde in ogni, anche minima, manifestazione di forza di volontà.

Passare del tempo a Nairobi, costituisce per noi, un grande privilegio, perché ci offre un punto di vista privilegiato, su queste realtà.

Tra le attività che riempiono le nostre giornate africane, c’è quella, sicuramente più adatta a noi maschi del gruppo, di ricostruzione di baracche. Lavoro sfiancante, soprattutto a certe latitudini del pianeta, oltre che di grande responsabilità, e l’unico che ti regala la gioia di donare un tetto ad una famiglia, ricevendo in cambio quei sorrisi senza denti, pieni della gratitudine più pura del mondo.

Joseph, un vecchio signore che vive nello slum adiacente al compound delle sisters, era stato abbandonato dalla moglie e dai suoi due figli perché la sua baracca era crollata causa pioggia e non aveva né l’età né i soldi per ricostruirla. Quando Fides e Laban, i nostri fidatissimi social workers, ci hanno indicato la sua, tra le baracche che necessitavano assolutamente del nostro aiuto, lo abbiamo trovato in uno stato di disperazione tale, da rendere inimmaginabile la possibilità di svolgere alcun lavoro. Era inerme davanti a ciò che la vita gli aveva riservato.
La sua emozione quando abbiamo terminato la baracca non si può spiegare.
Il gruppo delle (ri)costruzioni che si crea durante ogni campo viene aiutato da uomini autoctoni. Questi uomini, ci aiutano e ci insegnano, senza dare peso al colore della pelle, sono sempre pronti, e collaborativi.

Un ragazzo di nome Peter e un uomo più anziano di nome Boodiar (penso si scriva così, sicuramente si pronuncia in questomodo), ci hanno aiutato molto e molto spesso.
Boodiar è un uomo sulla quarantina che per vari anni, non ci ha solo aiutato ma ci ha anche insegnato davvero molto. Era il maestro delle martellate ogni suo colpo equivaleva a dieci dei nostri e non solo in forza ma soprattutto in precisione. Senza di lui a volte non avremmo (ri)costruito niente. Boodiar aveva una moglie e due figli, se il mio inglese non mi ha tradito mentre me lo raccontava, e ogni giorno per venire ad aiutarci faceva 8 kilometri a piedi. Le sisters hanno sempre deciso quale era il compenso per il suo lavoro, come e quando venisse pagato non dipendeva da noi. Boodiar non chiedeva mai niente ve lo assicuro, aiutava e costruiva guardandoti sempre con un occhio di riguardo per insegnarti. Quando alla fine del campo gli abbiamo dato in regalo una camicia, lui si è commosso e si è fatto giurare che saremmo tornati per lavorare ancora una volta insieme.
A metà dell’anno scorso mentre costruiva una baracca purtroppo è caduto dal tetto e la sua vita è finita proprio costruendo una baracca, una cosa infinitamente importante a Nairobi anche se dal nome e dalla forma sembra una cosa bruttissima.
Questo è davvero l’uomo che a Nairobi mi ha fatto conoscere la speranza che si può avere in una vita così assurda.

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Tutti questi uomini, ci hanno insegnato, cosa vuol dire combattere nella quotidianità.

La vita è un concatenarsi di scelte, penso che la differenza tra gli uomini che si alzano al mattino per andare a lavorare e quelli che invece rimangono sdraiati sulla terra rossa a sniffare colla, sia semplicemente nello “scegliere”

Scelgono la famiglia, scelgono di uscire e guadagnare, non solo soldi ma anche e soprattutto dignità e rispetto, per se stessi, prima che per gli altri.Padri che rendono fieri i propri figli, che diventano un esempio per la comunità in cui vivono. Dignità, Rispetto, ingredienti fondamentali per poter prendere per mano i propri figli, e dire loro: “segui la mia strada”.

Tuko Pamoja

GiacomoGiacomo onlus

Foto credits: Lavinia Inciocchi