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Pierluigi Formiconi: “l’uomo d’oro” della pallanuoto tricolore. L’intervista

FORMICONIROMA – Quando riesci ad ammutolire ottomila spettatori che tifano contro di te, la tua squadra, il tuo lavoro, rischi seriamente di peccare di modestia.
Se quella platea è la calda torcida dell’Acquatic Center di Atene, se la gara che vinci al fotofinish è la finale olimpica di Atene 2004, cioè se vinci l’oro olimpico in casa del paese organizzatore, potresti cedere ad eccessi di superbia.
Se riesci a centrare l’unico oro “a cinque cerchi” della pallanuoto femminile da che esiste il “Setterosa”, potresti sentirti una spanna più degli altri.
Ma se ti chiami Pierluigi Formiconi, rischi non ne corri.

Pierluigi Formiconi da Roma, classe’48, tutto è tranne che un esteta del proprio lavoro.
Fa semplicemente il suo lavoro, e lo ha sempre fatto bene.
Pierluigi Formiconi è di diritto nella “hall of fame” della pallanuoto femminile nostrana. Quattro titoli europei (1995, 1997, 1999 e 2003) e un secondo posto (2001), due mondiali (1998 e 2001), un oro olimpico, come detto, mai bissato.
In vista dei prossimi giochi di Rio 2016, per dare spazio e giusta ribalta ai cosiddetti “sport minori”, la redazione di diregiovani.it, propone ai propri lettori, testimonianze dirette dei protagonisti, per riannodare quel filo fatto di imprese, uomini e donne, sacrificio e medaglie.
A cominciare da Pierluigi Formiconi.

Mister, prima di vivere le emozioni del Setterosa all’interno dell’Estádio Olímpico de Desportos Aquáticos di Rio, si è preso la soddisfazione di salvare la Lazio da retrocessione certa in A2.
Formiconi non sbaglia un colpo?
“Stagione travagliata, però: dopo dei problemi con la società, sono tornato in sella a dicembre, quando la squadra aveva solo cinque punti in classifica raccolti in dieci partite. La salvezza diretta è diventata quindi un’impresa: abbiamo sudato e sofferto per il restante periodo, arrivando però lo scorso 26 Maggio, data storica per i colori della Polisportiva, alla vittoria del play out contro Ortigia, e congiuntamente a scrivere, anche noi una pagina di storia di questa società, regalandoci ancora la massima serie”.

Venendo alla pallanuoto tricolore: puntualmente, con l’avvicinarsi dei giochi olimpici, l’opinione pubblica pare riscoprire l’esistenza di discipline gloriose, dal grande palmares e molto praticate nel paese, ma con uno scarso appeal televisivo e quasi subalterne al “dio calcio”.
Lei si sente “figlio di uno sport minore”?
“Non direi, anzi. Però non posso non notare come, ad esempio il rugby, goda di maggiori finanziamenti rispetto alla pallanuoto, con una federazione in grado di veicolare denaro importante soprattutto alla cura dei vivai, nonostante poi i risultati a livelli internazionale, non siano dei più floridi, nonostante il grande seguito popolare. Una federazione come la nostra, quella del nuoto, invece ha “troppi” sport a cui badare: il nuoto, i tuffi, il sincro, il salvamento, e via dicendo, relegano la pallanuoto, nonostante le molte medaglie olimpiche conquistate, a “ramo” di un albero troppo grande. È da tempo che vado dicendo come la pallanuoto meriterebbe una federazione a sè stante”.

Tornando alla sua epoca di vittorie: che ricordo porta con se di quell’esperienza straordinaria?
“Io ho sempre detto: ricordatevi il nome di queste ragazze, non il mio. L’Italia ha sempre avuto, sia con gli uomini che con le donne, una grande tradizione nella pallanuoto, fatta di risultati e di primi posti. Il Setterosa originale, così come viene a tutt’oggi chiamato, è quello che allenavo io, che ha portato con onore il nome dell’Italia nel mondo. Tutto il resto, è noia (ride, ndr)”.

Provi ad azzardare: andiamo a medaglia in Brasile?
“Io sono convinto che sia la squadra maschile che quella femminile siano due ottime compagini. Sono però altresì convinto che il livello, soprattutto per le donne, si sia notevolmente abbassato. Se sostenuti poi da un pizzico di fortuna, secondo me, affrontare avversari canonici come Stati Uniti e Australia può essere alla portata dei nostri mezzi”.

La saluto chiedendole: anche la pallanuoto soffre del latitante rapporto che esiste tra sport, scuola e istituzioni?
“Sicuramente anche noi abbiamo grandi difficoltà: basti pensare agli alti costi dell’acqua calda, condizione essenziale per poter fare il nostro sport. Se non si spendono quei ventimila euro al mese, se non si incoraggia la manutenzione degli impianti, la diffusione della scuola nuoto, la strada sarà sempre più in salita”.