attualita

Daniele Lupo, dal beach volley un “argento” tutto da godere

lupo-beach-volley-2ROMA – 27, 28, 28. Questi i numeri del medagliere olimpico italiano nelle ultime tre edizioni dei Giochi. Non sono numeri impressionanti se paragonati a quelli americani, cinesi o russi, ma senz’altro ci difendiamo bene. I nostri atleti ci regalano emozioni indimenticabili. Dai più giovani, ai più esperti. Da Fabio Basile, ventunenne campione di judo, a Tania Cagnotto, che ha chiuso la sua meravigliosa carriera, con un ancor più meraviglioso bronzo dal trampolino 3 metri.

Daniele Lupo, campione nello sport e nella vita

Poi c’é Daniele Lupo, il nostro orgoglio, vincitore dell’argento nel beach volley, in coppia con il suo compagno ormai da cinque anni, Paolo Nicolai. E’ il nostro orgolio perché dietro questo argento c’è una storia degna di essere raccontata per tanto tempo ancora. Una storia emblema dello spirito sportivo da tramandare alle future generazioni. Non a caso il presidente del CONI, Giovanni Malagò, ha deciso di nominare proprio il beach volleista come portabandiera del team italiano alla cerimonia di chiusura dei giochi svoltasi il 21 Agosto allo stadio Maracanà di Rio. Non è facile, nello sport, competere ad alti livelli. Qualificarsi per le olimpiadi e magari, visto che ti ci trovi, vincere una medaglia, quando l’anno precedente, mentre ti stai preparando per i mondiali, ti viene diagnosticato un tumore osseo e vieni operato d’urgenza.

Questa l’incredibile “avventura” umana e sportiva di Daniele Lupo. Diregiovani ha incontrato questo “super man” tutto italiano. Ecco la nostra intervista esclusiva.

Quanto pesa una medaglia al collo di un campione?

“Ogni medaglia olimpica secondo me non ha un colore,sono tutte uguali, dunque pesa tantissimo anche perchè in Italia, nel Beach volley, quella di Paolo e mia è la prima. Quindi ce la godiamo.”

Alle olimpiadi non è stata proprio una passeggiata sugli allori. Terzi classificati nel girone, ripescati come lucky loser. Agli ottavi, poi, la sfida tutta in casa contro Carambula e Ranghieri. Quarti e semifinali tutti russi, e in finale Cerutti e Schmidt. Quasi tutte partite al cardiopalma, quasi tutte terminate 2-1. Quanto ha influito in finale la stanchezza di un cammino cosi pieno?

“Mah, ciò che ha influito non è stata tanto la stanchezza fisica, noi siamo abituati a giocare due anche tre partite al giorno, quanto quella mentale. Forse in finale eravamo un pò appagati, avevamo già vinto almeno un argento, quindi non abbiamo giocato come abbiamo giocato in semifinale ed ai quarti.”

Ripensando alla finale, senza alcun rimpianto, pensi che vi sareste meritati la medaglia d’oro?

“Siamo stati spesso sopra nel punteggio, anche all’inizio del secondo set e nel primo non abbiamo sfruttato la palla del 20-19, che poteva cambiare la partita, perché è da una palla che spesso cambiano le sorti dell’incontro. Sicuramente loro sono stati bravi, sono campioni del mondo, hanno gestito bene la pressione, meglio di noi, hanno giocato molte finali, molte semifinali, hanno più esperienza di noi sotto questo punto di vista, che poi ripaga tutto.”

Vista la tua storia personale, che ha reso questa medaglia ancora più meritata, parlando con il senno di poi, pensi che l’esperienza che hai vissuto, quella del tumore, ti abbia aiutato a vincere l’argento?

“Sicuramente, è un imprevisto della vita, che ti fa crescere come uomo. E’ una difficoltà in più, da cui sono riuscito a trarne il meglio, adesso sto bene, dunque tutto di guadagnato.”

Come ti sei sentito quando sei tornato in campo ai mondiali di Rotterdam?

“Non mi ero allenato, mi ero operato e dopo un mese e mezzo, tempo in cui si è rimarginata la ferita, sono andato subito a fare i mondiali a Rotterdam. Ero senza allenamento, senza preparazione fisica e non a caso siamo usciti ai sedicesimi, contro i russi, Krasilnikov-Semenov. Una bella partita, abbiamo giocato bene ma è mancato sempre quel punto fatidico che poi ti da l’allenamento.”

Com’è stato il rientro in Italia post olimpico?

“Bellissimo, c’erano tutti i miei amici e la mia ragazza che mi aspetavano per festeggiarmi. E’ stato molto emozionante. Sono tornato con la febbre ma sono comunque voluto andare a Santa Severa a fare un torneo, volevo giocare.”

Dopo l’argento olimpico, il 3 settembre è arrivata un altra vittoria, nel torneo “3 vs 3 no rules”, svoltosi nel “tuo” storico stabilimento didaniele-lupo-beach-volley Fregene, l’Albos. Successo senza alcun dubbio meno importante a livello agonistico e per soddisfazione personale, ma bello dal punto di vista emotivo: non è cosi?

Si, assolutamente, è stato molto divertente, in finale contro mio fratello è stata una bellissima partita. Poi il torneo dell’Albos, il nostro stabilimento, vale come una finale olimpica.”

E’ cambiata la tua vita dopo la vittoria? Anche nella piccole cose.

“Si, sicuramente, perché comunque ti fermano per strada, ti chiedono gli autografi e ciò fa sempre piacere. Ma io sono sempre lo stesso, frequento gli stessi posti, esco con i miei amici e non è che faccia chissà cosa. Sempre con i piedi per terra”.

Credi che questa medaglia possa a contribuire ad un incremento del beach volley, e di tutti gli sport considerati minori (che alla fine, come abbiamo visto, sono quelli che regalano più medaglie e più emozioni), in Italia, sopratutto tra i giovani?

“Certamente, molti sponsor ti stanno avicinando. Spero che il movimento cresca perché, lo sappiamo tutti, il Beach è divertentissimo, secondo me il primo sport estivo. Chi è che non ci gioca durante l’estate?”

Facendo un confronto con la pallavolo, quali sono le principali differenze? Non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per quanto riguarda l’ambiente e la Federazione

“E’ uno sport più ricco, molto più simile al calcio, i giocatori hanno un contratto e gli viene pagato uno stipendio. Il beach al contrario è come il Tennis, se ti fai male, non giochi, se non giochi non vinci e quindi non guadagni. E’ tutto un circolo.

Intervista realizzata da Edoardo Tullio – Liceo Giulio Cesare (Roma), II D – nell’ambito dell’esperienza “Alternanza Scuola – Lavoro”