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L’ansia di deludere le aspettative del bambino

genitoriROMA – Il crescendo d’interesse per l’età evolutiva e la continua attenzione per le varie fasi dello sviluppo hanno dissipato in parte alcuni dubbi e misteri che avvolgevano il mondo dell’infanzia.
Una volta erano soprattutto le nonne a tramandare le loro esperienze di cura e crescita e quello che si sapeva sullo sviluppo dei bambini era frutto della personale esperienza. Sicuramente il singolo vissuto rispetto al ruolo di genitore difficilmente può essere paragonato a quello degli altri o diventare slogan universale, ed è importante che trovi una collocazione nel bagaglio personale di ognuno. Tuttavia oggi abbiamo accesso ad un gran quantitativo di informazioni sul mondo dei bambini: libri, blog, siti dedicati alla crescita, trasmissioni televisive sull’educazione infantile. Ciò facilita il compito di genitori per alcuni aspetti, ma può anche creare un po’ di confusione.

Ma cosa si aspettano invece i bambini dai propri genitori?
Siamo in grado di leggere correttamente le loro aspettative e di rispondere adeguatamente ad esse?

Sembra quasi che questa apertura ed attenzione nei confronti dei bambini in un certo senso abbia creato un vuoto dall’altra parte, lasciando i genitori sempre più perplessi sul proprio senso di efficacia, e potrebbe diventare un po’ come la coperta di Linus che tirandola da una parte lascia comunque scoperta l’altra estremità.

Sicuramente un adulto oggi ha una maggiore consapevolezza rispetto alle capacità di un bambino di comprendere eventi familiari (cambiamenti, tensioni, lutti, ecc.) e di essere in generale connesso con l’ambiente circostante.
Tuttavia questa consapevolezza lascia aperti molti dubbi su come intervenire e su come gestire la relazione, suscitando a volte non pochi problemi.

Forse dobbiamo leggere questa fragilità genitoriale nell’ottica di un cambiamento culturale importante, che vede innanzi tutto un allontanamento dalle generazioni passate (meno presenza stabile dei nonni all’interno delle abitazioni), grandi risorse per i bambini, e un progressivo delegare a terzi l’educazione (scuola, baby sitter, centri ricreativi e dopo scuola).
Ma in questo cambiamento dell’organizzazione familiare c’è il tentativo di un bilanciamento delle presenze familiari: se è vero che abbiamo meno nonni e meno mamme fisicamente presenti, quest’ultime sempre più impegnate fuori casa con il lavoro, è anche vero che ci sono tendenzialmente padri emotivamente più presenti all’interno delle famiglie (i papà sono maggiormente vicini ed hanno relazioni qualitativamente più positive con i propri figli) .

genitoriE allora cos’è che causa tanta indecisione e perplessità?

Una difficoltà potrebbe essere rappresentata da un sotteso senso di colpa che passa sotterraneo alla relazione e che rende svantaggiato il rapporto in partenza. A volte sembra quasi che ci sia un perenne dislivello da dover compensare per non far percepire un potenziale vuoto al bambino.
Sicuramente un genitore che molto spesso è fuori casa sente il peso di un tempo di crescita condiviso perduto, ma se si riesce a non farsi sopraffare dalla frustrazione e a dare valore a quello restante, allora forse si potrebbe evitare quel senso di inadeguatezza che rischia di viziare la relazione educativa.

Quali sono le conseguenze di questo sentimento esperito dai genitori?

Un genitore che si sente costantemente in colpa tende ad avere un atteggiamento continuamente riparativo e compensatorio e questo può portare ad alcuni comportamenti poco utili dell’adulto come sommergere di oggetti, spesso superflui, i propri figli o avere difficoltà nello stabilire e soprattutto nel mantenere le regole.
Nel primo caso vi è la difficoltà di gestire le richieste del bambino e non si riesce a dare dei limiti, come se ci fosse la costante percezione di non dare abbastanza. Probabilmente è una sensazione personale che nasce da quel gap iniziale che non fa sentire il genitore allineato nella relazione. Proprio per questo potrebbe verificarsi uno spostamento dal piano affettivo a quello materiale, di più facile gestione.

Nel secondo comportamento la difficoltà sta nell’aver paura di mettere il limite, come se questo fosse sinonimo di rifiuto o non accettazione. Spesso infatti risulta molto difficile per il genitore che passa più tempo fuori casa mantenere la regola stabilita dall’altro. In alcuni casi fare “il poliziotto cattivo” in quel poco tempo a disposizione potrebbe essere vissuto come uno spreco di quel piccolo frammento prezioso della giornata. Invece, incarnare la parte disponibile e positiva potrebbe dare l’ambivalente sensazione di acquistare punti agli occhi del bambino e il genitore potrebbe avere l’idea di riscattarsi sempre da quel “peccato originale” che macchia la fedina penale di genitore.

Tuttavia questa mancanza di confine e di limiti non aiuta il bambino a trovare un contenimento e a capire effettivamente cosa desidera. Se non c’è un adulto che definisce la sua persona attraverso il feedback affettivo, le regole e il senso del limite questi troverà difficoltà nel comprendere i propri bisogni e nel farne richiesta di soddisfacimento ai propri genitori. Da qui nasce la continua richiesta dei bambini, il capriccio, l’insoddisfazione.

È per questo che è importante prendere una posizione e mantenere la propria solidità (ciò è lontano dall’essere rigidi ma piuttosto significa stabilità e coerenza) davanti ad un bambino, perché se non siamo noi le mura del suo castello di certo non può esserlo lui da solo.

Per questo possiamo concludere che le aspettative di un bambino riguardano sempre quello che il genitore mette a disposizione emotivamente e quanto quest’ultimo riesce ad essere sereno rispetto al proprio ruolo (consapevole dei propri limiti umani e delle difficoltà che la vita pone quotidianamente).
Se un genitore ha fiducia nelle sue capacità quest’atteggiamento sarà ripagato proprio grazie a quella straordinaria capacità dei bambini di comprendere l’animo adulto, riconoscendo quell’onestà emotiva di cui hanno bisogno.