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I fantasmi di Portopalo, incontro con Bagya D. Lankapura il Fortunato della mini serie Tv

NAPOLI – I fantasmi di Portopalo ovvero la storia che l’Italia ha per anni voluto dimenticare. Approdata su Rai Uno, in prima serata sotto forma di fiction, liberamente tratta dal libro inchiesta di Giovanni Maria Bellu, ‘I fantasmi di Portapalo’ è la ricostruzione della tragedia che, nella notte di Natale del 1996, coinvolse circa trecento migranti di origine pakistana, indiana e tamil. Nessuno di loro sopravvisse al naufragio della “carretta del mare” che doveva trasportarli verso una vita migliore. Quello che accadde nello specchio di mare siracusano fu, in seguito, definito il più grande naufragio della storia del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Il naufragio del 1996 è stato solo il primo di una delle tante sciagure registrate nel Mediterraneo e che rischiano di essere archiviate come semplici statistiche. Ad oggi, secondo calcoli approssimativi, nel Mediterraneo si contano tra le ventimila e le trentamila vittime. Tutte migranti.

I fantasmi di Portopalo, intervista a Bagya D. Lankapura

Vent’anni, napoletano di nascita ma di origini cingalesi, Bagya D. Lankapura è uno dei protagonisti, con Beppe Fiorello e Giuseppe Battiston, della fiction di Rai Uno. Attore, ma in realtà studia all’Accademia di Bella Arti per un futuro da regista, Bagya racconta a Diregiovani la sua esperienza sul set, i suoi sogni, il suo vivere quotidiano da “immigrato di seconda generazione”. “Il mio personaggio – racconta – quello di Fortunato, è un personaggio fittizio. Un escamotage per raccontare la storia, perché, dei 283 migranti, nessuno è sopravvisuto… Ho avuto un ruolo importante perché il mio personaggio permetteva di raccontare quella realtà. Una realtà cruda che oggi vediamo in televisione, nei telegiornali e sui giornali. È stato un approccio difficile, il mio, poi entrando nella psicologia del personaggio ho capito come poter raccontare quella storia”.

Bagya D. Lankapura, l’arte contro ogni barriera

“Seconda generazione – ci tiene a precisare – può sembrare un termine sbagliato o brutto però delinea una serie di cose. In prima persona non sento quelle vicende, dice riferendosi alla storia di Portopalo, ma guardandomi indietro, guardando ai miei genitori, riesco a capire quali sono state e quali sono oggi le difficoltà dei migranti”. “Napoli – prosegue – ti permette di integrarti, è un ambiente sereno. È una città molto aperta e a Napoli è presente la seconda comunità cingalese più grande” d’Italia. “Mi sono ambientato, mi sento integrato e so quali sono le mie culture. Sono due e le accetto. Mi sento fortunato da questo punto di vista”. Per Bagya D. Lankapura cultura e arte sono una delle possibili soluzioni per un futuro senza barriere, fisiche o concettuali che siano.