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‘Last ship’, il documentario sugli ultimi maestri d’ascia di Aci Trezza

Roma – Uno sguardo acustico sul passato. E’ un’incipit vibrante, quello di ‘Last ship’, il documentario di tre giovani ragusani alle prese con il racconto di un pezzo di piccolo mondo antico della loro Sicilia. Davide Iacono, Daniele Ragusa e Carlo Distefano hanno deciso di raccontare la storia dei Rodolico di Aci Trezza, tra gli ultimi maestri d’ascia siciliani. E lo hanno fatto attraverso un cortometraggio che quest’estate ha guadagnato l’Audience Award al Brooklyn Film Festival e ha recentemente riscosso consensi anche in Montana, al Big Sky Documentary Film Festival 2017, tanto da essere definito “visual poetry”. Artigiani da cinque generazioni, i Rodolico costruiscono navi dall’Ottocento. Navi commerciali, barche di pescatori, ma anche imbarcazioni di grossa stazza, che hanno attraversato l’Atlantico. Un mestiere antico, che si tramanda di padre in figlio e si acquisisce in anni di apprendistato. E che viene riconosciuto ufficialmente dalla Marina Militare attraverso un esame e un attestato. L’uso della vetroresina ha tagliato le gambe a questi artisti del legno di mare, che utilizzano ancora il dardo di Giove, un’antica tecnica di carpenteria utilizzata per la costruzione di una nave fenicia di Milazzo del II secolo a. C.. Recentemente l’amministrazione del comune siciliano ha trasformato una parte del rimessaggio del cantiere in un parcheggio per poi ritirare la delibera, restituendo il luogo ai Rodolico.

“Due anni fa, in estate, abbiamo cominciato a parlare con Daniele (Ragusa, il regista, ndr), mio amico di infanzia, di come realizzare un documentario sul nostro territorio- racconta a diregiovani.it Davide Iacono, autore del documentario assieme a Carlo Distefano-. Abbiamo scelto questa storia perche’ i Rodolico erano una sorta di istituzione ad Aci Trezza. Attorno a questo cantiere ruotava l’economia e la societa’ dell’intero paese. Il varo delle navi era un momento di festa che coincideva con le celebrazioni per San Giovanni Battista. Il cantiere stesso si trova sotto la piazza che domina la chiesa”. Un micromondo che pero’ non regge all’impatto con la modernita’. “Il cantiere era l’anima di quel luogo- prosegue Iacono-. Ormai sono rimaste solo la memoria, la fama, l’ombra di quello che erano i Rodolico”. Un’ombra che i tre giovani ragusani hanno deciso di consegnare al pubblico attraverso il profilo in controluce di uno dei Rodolico. Su un calmo mare. All’alba. Evocativo e nostalgico, ‘Last ship’ “non e’ un documentario su come si costruisce una barca, come ci e’ capitato di sentire da qualcuno nei festival- sottolinea Iacono-. E’ il racconto dell’umanita’ che ruotava attorno a questo mondo di artigiani, quando il lavoro era estremamente connesso alla socialita’”. Una Sicilia destinata a scomparire: “La tristezza e’ che Gianni Rodolico potrebbe far perdurare questa produzione attraverso il figlio, ma non essendoci domanda e’ tutto inutile”. Un destino segnato su cui si posa lo sguardo di una generazione, quella dei tre giovani ragusani, che non ha vissuto le glorie dei vari, ma che ne avverte chiara l’eco e vuole raccontarla.

“Non siamo dei passatisti, dei tradizionalisti che rimpiangono il Mezzogiorno borbonico. Forse pero’ inconsciamente, ad una seconda lettura, in questo lavoro emerge l’amarezza della nostra generazione che vede in queste storie una sorta di passato glorioso- racconta Iacono-. Il maestro d’ascia era un lavoro di fatica, magari poco stabile. Pero’ dava senso ad un’esistenza. Con ‘Last ship’ volevamo solo raccontare questo mondo che sta scomparendo, preservandone il valore storico, etnologico e sociale, averne memoria per custodirla. Non cambiare il corso della storia”. Un valore riconosciuto anche dall’Unesco, che ha dichiarato il cantiere e il signor Rodolico patrimonio immateriale dell’umanita’. La ricerca di senso, di uno sguardo altro sulla realta’, percorre i dieci minuti di silenzio, rumori e voci del documentario, con autori e regista che prestano i propri occhi al pubblico per osservare, nella loro quotidianita’, i volti rugosi, i corpi arsi dal sole e le mani nodose dei Rodolico. “Volevamo scomparire, per questo non abbiamo inserito una voce fuori campo. E’ stata una precisa scelta stilistica: non volevamo essere didascalici”. Un corto per scelta, “perche’ avevamo paura che un lavoro troppo lungo avrebbe sfilacciato la storia”, che invece nasce “con naturalezza, senza grandi costruzioni intellettuali, concentrando le emozioni”. E si lega solo a quello che Iacono definisce “il nostro padre nobile”, “La terra trema” di Luchino Visconti, girato negli stessi luoghi con attori e comparse di Aci Trezza. E che, nonostante abbia il merito di continuare a raccontare i luoghi di Ulisse e Polifemo e dei Malavoglia, non trova in Italia una calda accoglienza: “Al Torino Film Festival dello scorso dicembre il documentario e’ passato un po’ in sordina. Ed anche per la distribuzione non stiamo avendo feedback positivi”.

Last Ship trailer from Daniele Ragusa Monsoriu on Vimeo.

Feedback positivi che il corto riceve invece dall’estero, da dove, “forse perche’ percepito come esotico, diverso, estraneo”, continuano ad arrivare candidature a festival internazionali. Il prossimo forse sara’ dall’8 al 16 giugno l’Italian Contemporary Film Festival di Toronto, dopo la partecipazione nel 2016 all’OFF Cinema International Documentary Film Festival, al Certamen Internacional de Cortos de Soria, e, nel 2017 al Landshurter Kurzfilmtage e al Transilvania Shorts, dove il cortometraggio, completamente autoprodotto, e’ attualmente in concorso. Un mezzo, il documentario, con cui rispondere, secondo Iacono, “alla domanda di analisi e interpretazione della realta’, alla fame di leggere il mondo” al di la’ del flusso perpetuo di notizie usa e getta. Ma che, come piccola produzione indipendente, in Italia emerge con difficolta’. A Davide, Daniele e Carlo non importa poi tanto: ‘American Rhapsody’ e’ il titolo del loro nuovo documentario, gia’ lanciato su Facebook e girato a New York in occasione del Brooklyn Film Festival. Una raccolta di testimonianze di chi ha conosciuto il leggendario pugile Mohamed Ali, morto proprio in quei giorni, e di chi ne ha fatto un modello di riscatto. Nel cantiere dei tre giovani siciliani, altri tre lavori. Sui pupi siciliani, su una novantenne del Montana ex insegnante dei nativi americani e spia contro i suprematisti bianchi, sul mondo circense francese. Per navigare verso l’America e l’Europa, passando per Ragusa.