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Francesca Serafini, quando il mestiere di raccontare storie è donna

ROMA – Talento, creatività, forte passione: possono queste parole descrivere, raffigurare, contenere la vita, i sogni, il lavoro di una scrittrice, sceneggiatrice, saggista? Sicuramente no, ma un indizio sulla natura e sull’intimità ce lo possono dare. Un identikit che ha portato diregiovani.it, in esclusiva per i propri lettori, ad incontrare Francesca Serafini, una delle più eclettiche, complete e preparate “donne di cultura” che il panorama cinematografico e letterario italiano ha evidenziato in questi ultimi anni.

Un libro sull’importanza della punteggiatura e sul suo corretto uso, (“Questo è il punto”, Ed. Laterza, 2012); due anni più tardi un altro volume stavolta sul calcio e sul perché la sua “socialità” resista al tempo ed agli scandali (“Di calcio non si parla”, Ed. Bompiani, 2014). Nel mezzo, ma anche prima e soprattutto dopo, la sua crescente attività di sceneggiatrice, i premi, i riconoscimenti, il giusto apprezzamento di critica e pubblico. La sua ultima fatica cinematografica, la sceneggiatura di “Non essere cattivo”, vero film rivelazione della passata stagione e ultimo lavoro del regista Claudio Caligari, rimanda l’immagine di una donna che non lascia nulla al caso, dedita al suo lavoro svolto con talento, creatività, forte passione. L’abbiamo incontrata alla vigilia della Festa della Donna: le donne, il cinema, la cultura: ecco cosa ci ha risposto.

Cosa rappresenta per te l’Otto Marzo?

“Il simbolo di una lotta di cui nel tempo si è un po’ smarrito il senso. Per esempio, mi colpisce il fatto che, nell’evoluzione consumistica della festa, ci siano ancora donne che abbiano bisogno di questa data anche solo per prendersi una serata di libertà con le loro amiche. E non le sto giudicando (ci tengo molto a precisarlo), meno che mai ideologicamente. Penso però che anche solo per questo varrebbe la pena riflettere su questa ricorrenza e sulla strada ancora da fare perché la sua necessità non risulti superata dagli eventi (in senso positivo). Anche in quel caso, naturalmente, mi sembrerebbe giusto ricordarla, come succede per altre date del calendario laico che testimoniano momenti cruciali di crescita civile”.

Quanto è stato difficile per te, donna, affermarti nel campo della letteratura e della sceneggiatura? Come per altre professioni, hai dovuto usare una marcia in più per raggiungere i brillanti risultati che stai ottenendo o non hai incontrato particolari ostacoli?

“Ho scelto una strada (se si può scegliere davvero poi una vocazione) difficile anche per un uomo, se non provieni da una famiglia altolocata. Da questo punto di vista sento più forte in me il senso di classe che quello di genere. Questo non significa che io non ricordi tutti i giorni a Giordano Meacci (con cui spartisco gran parte della mia attività di scrittura e che arriva dallo stesso ambiente) la battuta di Ginger Rogers a proposito del fatto che faceva in scena le stesse identiche cose di Fred Astaire, solo sui tacchi e all’indietro”.

Venendo ai tuoi interessi, forse il principale è il cinema. A che età è sbocciato l’amore e grazie a quale film?

“Forse la passione vera è per le storie, in tutte le possibili declinazioni. Credo di essere passata con grande naturalezza da quelle che mi venivano raccontate (che fossero favole o storie di famiglia) a quelle di Topolino su cui ho imparato a leggere. Continuando poi con i cartoni animati, i telefilm e i film; i grandi romanzi. Da ragazzina vivace quale sono stata, l’unico vero modo per impormi un po’ di disciplina da parte dei miei è stato quello di minacciare di limitarmi letture o minuti di tv in caso di cattiva condotta. Poi questo è successo raramente, ma solo perché mia madre e mio padre avevano perfettamente chiaro quanto invece fosse importante incoraggiare quella passione”.

La scorsa stagione hai scritto la sceneggiatura di uno dei più bei film degli ultimi anni, “Non essere cattivo”, che ha avuto uno straordinario successo di pubblico e critica. Quali, secondo te, le ragioni di questo exploit?

“Il modo in cui è posta la domanda mi commuove. Come mi commuove ogni volta ricordare Claudio Caligari, che ha investito in questo film tutte le energie che ha potuto prima di morire. Mi commuove sapere che il film è stato amato dello stesso amore con cui è stato concepito e realizzato. Si tratta in tanti modi diversi proprio di questo: di una storia d’amore. E secondo me chiunque è riuscito a intercettarla se ne è accorto”.

Come ad un genitore con più figli non si dovrebbe chiedere quale sia il preferito, lo stesso non dovrebbe farsi con uno sceneggiatore ed i personaggi da lui creati. È però troppo grande la curiosità: del film di ClaudioCaligari quale personaggio hai amato di più e perché?

“Per rispondere, dovrei sforzarmi di fare il contrario di quello che mi sembra giusto sempre quando scrivo: e cioè giudicare i personaggi. In una narrazione tutti quanti, anche quelli di poche righe o poche battute, sono essenziali nella creazione di un sistema, all’interno del quale niente sarebbe lo stesso se non in relazione col contesto creato. Tutto questo per dire che è davvero è impossibile preferirne uno e invece “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Quanti problemi in meno ci sarebbero nel mondo se si applicasse lo stesso criterio anche nelle famiglie?”.

Dal cinema al calcio, altro tuo tuffo al cuore. Donna che ama questo sport, lo conosce bene e ne parla con cognizione: molti uomini farebbero follie per te. Con il tuo “Di calcio non si parla” (Ed. Bompiani, 2014) hai provato a spiegare come mai, nonostante non goda di buona salute, il calcio sia ancora passione pura per moltissime persone. Che idea ti sei fatta?

“Sono partita dal presupposto che, se è malato, il calcio lo è da tempo, visto che episodi di corruzione, di doping o di razzismo sono stratificati negli anni anche lontani. Nonostante questo, si tratta di una fabbrica di meraviglia che continua a stupirci con la sua vitalità e imprevedibilità. L’idea di un settimanale recupero dell’infanzia, come lo ha definito Javier Marías, continua a emozionarmi ogni volta che vedo scendere in campo la mia squadra. E finché succederà, al netto del risultato, mi sento una bambina felice”.

Concludendo, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

“Ce ne sono diversi in cantiere, ma quello su cui sono più concentrata in questo momento riguarda Fabrizio De André. Un pilastro della mia formazione. Da qualche settimana sono cominciate le riprese di un film prodotto da Angelo Barbagallo, che ho scritto sempre con Giordano Meacci per la regia di Luca Facchini. Dagli umili di Caligari a quelli di Faber, con la fortuna dello stesso interprete “miracoloso” che è Luca Marinelli”.