spettacolo

Esclusiva, Cesare Catà, tra Shakespeare e le Marche col teatro nel cuore

Cesare CatàROMA – Cultura, tradizione, territorio: la provincia italiana è un crogiuolo di esperienze, di innovazioni, di ardimentosi balzi in avanti che meritano la ribalta nazionale, patrimoni di sapere e di conoscenza che dal particolare possono arricchire il generale. Chi tesse le fila di questa provincia curiosa e appassionata lo fa portando la propria esperienza di vita, il proprio vissuto e le proprie idee. C’è una regione in particolare che vive un fermento culturale di spessore, proprio in un momento delicato e tremendo della propria esistenza: le Marche, così duramente colpite dal sisma, sono centro e periferia allo stesso tempo di una voglia di sapere, di conoscenza, di arte più in generale che sa anche di volontà di resistenza alla paura, alla disperazione, alla depressione che tutto avvolge. Diregiovani.it ha incontrato quello che può tranquillamente essere definito un intellettuale a tutto tondo, a suo agio sia che si parli di scuola, politica, teatro o letteratura: Cesare Catà. Scrittore, sceneggiatore, autore teatrale e nella vita quotidiana anche docente, a contatto con i giovani ed i loro cambiamenti. La scorsa estate fu protagonista di un episodio che suscitò dibattiti televisivi, forum sui giornali on line, prese di posizione di chi si sentiva piccato da tanta modernità o plausi convinti da chi, invece, ne apprezzava l’avanguardia. Cosa accadde? Cesare Catà, congedando i suoi alunni per le vacanze estive, anziché rifilare i soliti, stantii compiti per le vacanze, raccomandò loro di “camminare al mattino sulla riva del mare in totale solitudine: pensando alle cose che più amate nella vita”, di “ballare, senza vergogna, in pista sotto casa, o in camera vostra”. Quindici suggerimenti, una spettacolare e geniale lista di intenzioni per far si che potessero essere “allegri come il sole, indomabili come il mare”. Per tutta l’estate non si parlò di altro. Lo incontriamo a Sant’Elpidio a Mare, nel piacevole silenzio del Teatro Giusti: Cesare Catà e i suoi progetti, le sue speranze, il teatro, la cultura come strumento per tessere relazioni di valore e di progresso. Ecco cosa ci ha risposto.

Partiamo dalla tua ultimo progetto teatrale, i Magical Afternoon: ci racconti cosa sono? Come e cosa portate in scena?Cesare Catà

“Magical Afternoon è un formato teatrale nuovo, nato un paio di anni fa, in cui abbiamo tentato un esperimento diverso, vale a dire raccontare delle storie, partendo da Shakespeare ma anche da altri grandi autori della letteratura mondiale, muovendo non semplicemente dalla messa in scena dei testi, ma dalla spiegazione degli stessi come se fosse una sorta di visita guidata in un museo, solo che anziché dipinti o sculture noi mostriamo opere letterarie e racconti. Funziona in un modo apparentemente semplice: ci sono delle letture drammatizzate sul palco che vengono alternate da momenti critici di riflessione e di introduzione. Quindi c’è uno storytelling originale in cui noi ripercorriamo, ad esempio, la vicenda narrativa o la vita di uno scrittore in alcuni momenti salienti della sua vita, ed attraverso questo cerchiamo di conoscere le opere, i significati più profondi di un testo, rileggendolo e reinterpretandolo a modo nostro. Quindi un modo nuovo di fare teatro, molto più “pop” e vicino alla gente, pur mantenendo una forza letteraria, una centralità della letteratura”.

Qual’ è stata la risposta del pubblico?

“Per noi è stata una grande sorpresa. Abbiamo iniziato in piccoli teatri, dove c’erano una trentina di persone – che per un incontro letterario è già un piccolo successo -, ma poi abbiamo travalicato sia numericamente le partecipazioni a questi primi incontri, arrivando a platee composte da duecento, trecento persone, sia le frontiere del “teatro fisico”, portando queste spettacoli in giro, dove per “in giro” intendo luoghi apparentemente inusuali, come pub, sale da the, agriturismi, con serate letterarie e lezioni-spettacolo che arrivano in luoghi dove il teatro non c’è”.

Tra gli scenari che avete scelto, ho notato anche la spiaggia, il mare

“Si, anche il mare. Quest’anno sarà la terza edizione di un progetto da noi battezzato “Shakespeare on the beach” che presentiamo sulla spiaggia di Porto San Giorgio, in uno stabilimento che ha entusiasticamente sposato l’iniziativa, e che speriamo presto di poter portare almeno lungo le spiagge dell’Adriatico. Presentiamo sei, sette spettacoli all’ora del tramonto sulla spiaggia. La cosa è piaciuta moltissimo, la scenografia naturale è stupenda, il tramonto sull’Adriatico, poi, è molto suggestivo; con gli attori, le attrici e i musicisti con cui collaboro abbiamo messo in scena “Romeo e Giulietta”, “La bisbetica domata”, “Amleto”. Il gruppo che si è formato è la vera forza del progetto”.

Tra i soggetti che porti in scena c’è un riferimento costante alle donne, eroine o ribelli che siano

“La letteratura, in questo senso, ci ha regalato dei grandi esempi Ci sono state delle scrittrici a me molto care, che ci hanno raccontato un modo di essere che è femminile ma in un certo qual modo universale. Jane Austen, Virginia Woolf, e molte altre. Noi lavoriamo soprattutto sulla letteratura anglo-americana, che rimanda tanti esempi di donne scrittrici ma anche di donne fonti di ispirazione per gli scrittori. La centralità di queste protagoniste, forti e fragili al contempo, ci ha interessato perché quando raccontiamo queste storie, andiamo sempre a cercare la parte psicologica e spirituale di ogni autore. Capire come mai, ad esempio, Hemingway abbia scritto “Addio alle armi” in un dato momento, ha a che fare con una donna , Agnes von Kurowsky, che lui conobbe quando era ragazzo e che molto significò per lui. Il fatto, quindi, che noi evochiamo queste figure femminili, ha a che fare con l’essenza stessa della letteratura”.

Ho letto che stai preparando un libro, che uscirà a fine Marzo. Testualmente, nella presentazione di quest’opera, hai detto che tratterà di “uomini e donne che da sempre mi hanno parlato da dietro la cortina del tempo”

“Si, a fine mese, per le edizioni Aguaplano di Perugia, uscirà questo mio libro. Sostanzialmente è un libro in cui prende forma cartacea il senso dei Magical Afternoon. È un libro di racconti, sono ventisette storie che fermano un’ora nella vita di un giorno di questi scrittori che a loro volta sono ventisette. Non c’è un criterio antologico per questo florilegio; semplicemente c’è una ragione di sentimento, essendo quelli che più ho amato profondamente e con i quali ho stabilito una connessione se vuoi spirituale attraverso l’amore per quello che hanno scritto; in questo senso va contestualizzata la mia espressione che si riferisce alla “cortina del tempo”. Si raccontano queste ore, si parte da Keats, Kafka, Woolf, con un arco temporale che va dalla fine del Settecento con Jane Austen fino a Foster Wallace, scomparso nel 2008. Raccontando un’ora di vita nella giornata dei vari scrittori, con questo mescolarsi di letteratura e vita, diventano essi stessi personaggi a loro volta”.

Marche terra di teatri, terra di cultura. Come, il territorio, ha accolto le vostre iniziative, le vostre proposte?

Cesare Catà“Devo dire che c’è stata una piacevole sorpresa, perché l’ambiente della provincia, soprattutto quella marchigiana, viene dipinto come gretto, come un qualcosa in cui è difficilissimo operare. È vero che mancano delle strutture, o meglio dei collegamenti strutturali; ad esempio, se noi facciamo uno spettacolo teatrale, è difficile che questo venga recensito su un giornale, ma solamente perché qui non esistono giornalisti specializzati che fanno i critici teatrali. Al di la di questo, però, noi abbiamo avuto una risposta fortissima su tre direttrici: con il pubblico, che ci ha tributato un successo che secondo me non sarebbe stato uguale in altre parti d’Italia; con le istituzioni: comuni, province, teatri hanno avuto un’attenzione sorprendente per le nostre iniziative; infine, con le strutture: qui nelle Marche, quasi ogni piccolo paese, oltre a chiese antiche e strade meravigliose, ha uno splendido teatro storico, che non ha nulla da invidiare ai più quotati teatri di Roma, Napoli o Milano. In molti casi, lo abbiamo riaperto con i nostri spettacoli e debbo dire che la sensazione provata è magnifica”.

Venendo al particolare, una domanda sulla tua personale ribalta, successiva ai tuoi famosi “compiti per l’estate”, devi concedercela: la grande sensazione che suscitarono fu dovuta ad una scuola che non aspettava altro che proposte come le tue oppure siamo giunti talmente ad un appiattimento culturale che una novità dirompente non poteva non essere notata?

“Non saprei. Diciamo che sono andate molto oltre le aspettative, perché all’epoca io insegnavo alle scuole superiori e, come tante altre cose che facevo con i mie alunni, le ho semplicemente condivise on line. Questo rimbalzare mediatico, anche internazionale, è stata per me una vera sorpresa. Secondo me ha a che fare con il fatto che in questo periodo storico c’è bisogno, al di la di quello che ho detto io, di indicazioni per una didattica diversa, anche nella scuola ma non soltanto nella scuola; cioè di diversi contenuti, qualcosa che entusiasmi, dei nuovi contenuti, provare passione per quello che si fa, perché credo che viviamo un momento di grande smarrimento e anche di grande solitudine a livello globale. Forse quelle indicazioni che andavano in una determinata direzione di modello umano, hanno risposto a questo. Io me la sono spiegata così”.

Concludendo, da esperto del settore, qual è lo stato di salute della scuola italiana?

“Definire quale sia lo stato di salute della nostra scuola è molto complicato. I problemi sono antichi, di ordine strutturale. Servirebbero delle riforme forti, anche a livello di programmi scolastici per rispondere alle nuove sfide del mondo moderno. Noi abbiamo bravissimi insegnanti, che fanno funzionare ancora la nostra scuola perché sono di grandissimo valore; c’è però un apparato vecchio, antico, sia per quanto riguarda le chiamate dei professori, sia per regole e normative, che rallentano e affaticano la nostra scuola, soprattutto le scuole superiori e, a cascata, l’università. Servirebbe un ripensamento globale del mondo della scuola ma altrettanto sarebbe necessario un coraggio politico che la politica italiana, almeno dagli anni Sessanta, ha negato al settore relegandolo a mera periferia. In altre nazioni, come l’Irlanda, l’Inghilterra, nazioni che conosco meglio, si comprende, invece, anche il valore economico della cultura e dell’istruzione, e non nel senso deteriore del termine bensì quello sociale. Il teatro, così come ogni altra materia che afferisce al mondo culturale, fa parte della vita. Qui da noi invece, si tende a separare la scuola e la cultura dal mondo dell’impresa: poco coraggio, pochissima lungimiranza”.