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Il disagio del bambino: quando il corpo parla

disagio del bambinoROMA – La sfida più grande degli adulti nel rapportarsi con i bambini sta nel tentativo di decifrare i loro segnali, inizialmente perché non parlano, quindi è necessario decodificare il non verbale per poter attivare una buona comunicazione e comprendere i bisogni del piccolo.

In un momento successivo, quando il linguaggio si è sviluppato, la difficoltà rimane invariata ma si arricchisce di livello perché raramente un bambino riesce a stare in contatto con le proprie emozioni a tal punto da riuscire a elaborarle e tradurle in un linguaggio comprensibile anche per gli adulti.
Spesso accade che quando non sono le parole a parlare interviene il corpo a dare un segnale, che si traduce in un sintomo, il famoso campanello dall’allarme, funzionale alla salvaguardia dell’individuo, che andrebbe ascoltato per poter dare un aiuto.

Nello specifico può accadere che improvvisamente ci siano delle regressioni, quindi succede che fasi dello sviluppo superate e acquisite subiscano uno stallo o una compromissione. In particolare ci riferiamo al sonno, all’alimentazione, al controllo degli sfinteri, etc…

Ciò accade spesso quando si verificano cambiamenti importanti nella vita di un bambino, per esempio di fronte a una separazione, al trasferimento in un’altra città, nel passaggio da una scuola a un’altra, etc… Il bambino può non riuscire a reggere l’ansia o la preoccupazione di ciò che gli sta accadendo, temendo magari di non essere all’altezza o di non farcela, e inconsapevolmente manifesta il suo disagio attraverso il corpo. Il sintomo ha la funzione di avvertire che c’è qualcosa che non va, ma non sempre viene compreso dagli adulti, che spesso lo vivono in modo negativo, quasi come un attacco o una provocazione.

La famosa enuresi notturna, meglio conosciuta come “la pipì nel letto”, che guarda caso ricompare spesso in prima elementare, in prima media e addirittura in primo superiore, si presenta di notte, prima di andare a scuola, quando le difese si abbassano e il bambino si lascia andare.

Stessa cosa vale per i ben noti mal di testa, mal di pancia e quant’altro, che coincidenza compaiono il lunedì mattina o prima di andare a scuola e/o addirittura a scuola, quando non si regge più la tensione di stare in un ambiente avvertito come pericoloso, ostile e minaccioso o viceversa se non si tollera l’idea di lasciare una situazione conflittuale a casa.

Infatti è frequente che un bambino che non vuole andare a scuola o addirittura manifesta una fobia scolare, in realtà non tema la scuola in se, ma abbia a casa una situazione che lo preoccupa, che lui sente che in qualche modo deve monitorare, magari perché ha assistito a frequenti litigi e ha paura che i genitori si stiano separando. Rimanere a casa significa vegliare su quella situazione e simbolicamente fare in modo che non accada nulla.

Stessa cosa vale per l’alimentazione, che passa sempre per la relazione, allora mangiare troppo o troppo poco diventa un’arma da usare per farsi “vedere”, perché immediatamente i genitori si preoccupano e magari si attivano per vedere se c’è qualcosa che non va.

Infine il sonno: non dormire o dormire male va a interferire sul proprio equilibrio psicofisico e non permette di svolgere le normali attività quotidiane, facendo si che venga invertito il ritmo sonno veglia. Questo diventa un problema e spesso nasconde un tono basso dell’umore, magari in coincidenza con un lutto o una separazione.

Come leggere in modo giusto questi segnali?

Non sempre è facile perché non si manifestano in modo univoco in ogni bambino, inoltre in ogni fase d’età possono palesarsi in forme diverse e attraverso sintomi differenti, per questo è importante leggere la trama della storia di quel bambino e provare a capire cosa ci vuole dire. Potrebbe essere importante chiedersi perché proprio quel sintomo, andare a vedere in che fase della crescita si è manifestato e in quale momento della giornata si palesa.

In generale è bene non arrabbiarsi con i bambini se non vogliono andare a scuola, non vogliono mangiare o se fanno la pipì a letto, in questo modo non si sentono rassicurati e probabilmente il sintomo si acuisce perché non viene riconosciuto il disagio sottostante.

È importante essere determinati ma comprensivi, provando a trovare insieme delle strategie e tentando di dar voce a quella sofferenza non detta ma che sta lì e lavora in silenzio. Quindi è bene evitare di forzare il bambino a mangiare, ad esempio, magari si può concordare con lui quali cibi riesce a accettare; sarebbe opportuno non mortificare un bambino che è tornato a bagnare il letto, o arrabbiarsi con quello che la mattina ha mal di pancia o mal di testa.

Probabilmente se il bambino si sentirà sostenuto e visto, col tempo riuscirà a elaborare questi contenuti   minacciosi e i sintomi piano piano tenderanno a scomparire. A volte è necessario avere pazienza e fare un lavoro di rete, anche con le figure di accudimento accessorie.

Insomma, è importante che il bambino non veda le persone intorno a lui eccessivamente preoccupate, ma che senta di poter contare su di loro, in modo da potersi fidare e di poter pensare di farcela anche in un momento di difficoltà.