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Tamuna, dalla Sicilia fino a Londra emozioni a suon di rock

ROMA – Mettete Palermo con i suoi quartieri più veri ed affascinanti, la Kalsa, Noce, Zisa, dove nessuno regala nulla a nessuno e tutto quello che hai te lo guadagni passo passo. Aggiungete il rock, la black music, ma anche l’intima melodia della lingua siciliana. Agitate ma non mescolate, quasi come fosse il vodka Martini di James Bond. Lasciate cioè che l’energia delle note si appropri dei sapori e dei profumi di una tra le città più belle al mondo. Prendete il tutto e dategli un palco, una chitarra, un basso, un cajon e un microfono. Avrete così uno dei migliori risultati che la musica underground italiana abbia prodotto da un lustro in avanti. Avrete i Tamuna, da Palermo con talento e furore. Marco Raccuglia alla voce, Riccardo Romano al basso, Giovanni Parrinello al cajon (una delle percussioni più affascinanti che vi siano, portato alla ribalta da Paco De Lucia, ndr) e Carlo Di Vita alla chitarra proprio non le mandano a dire, al cosiddetto “mondo della musica”.

Partiamo dalla fine per capire l’inizio: hanno sfiorato la partecipazione all’ultimo Concertone del Primo Maggio, arrivando in semifinale al contest organizzato dalla Rai per i gruppi rivelazione, forti della loro brillante affermazione al Premio De André 2016, successo raggiunto con il voto unanime della giuria e che vi abbiamo raccontato a suo tempo. Il brano “Accussì”, presentato in quella occasione e accompagnato da un delicatissimo video disponibile sui social dedicati, li ha proiettati alla ribalta nazionale, dimostrando che il rock d’autore non è morto, anzi sta benone. Formatisi nel 2012, hanno conquistato rapidamente un “posto al sole” nell’ambiente nazionale ed internazionale (la loro seconda casa è Londra dove il suonare per club significa libertà di espressione e capacità di proporsi). Nel 2014 vincono il Premio della Critica e quello per la migliore interpretazione al premio “Andrea Parodi”, il contest per musica emergente dedicato alla memoria dell’ex leader dei Tazenda. Da li i Tamuna (termine che deriva dalla lingua georgiana e che si traduce come “portatori di pace”, ndr) non si sono più fermati. Diregiovani.it li ha incontrati alla vigilia della loro tappa romana. Musica, Sicilia, futuro: questo ed altro nella nostra intervista.

Dunque, partiamo dall’inizio: Palermo sullo sfondo, la musica come passione: come nascono i Tamuna?
Marco: “Come tutte le cose belle, per caso. Nel 2012, ci siamo trovati in teatro da Giovanni, che ha un teatro di musica popolare e canti della nostra terra (il Teatro Ditirammu, ndr). Eravamo lì ognuno con una sua formazione, e come quando ti ritrovi con un pallone fra i piedi e cominci a passartelo, così noi ci siamo “passati” la musica, capendo subito che c’era qualcosa, un feeling che andava sviluppato. In seguito, quindi, ci siamo rivisti, abbiamo scritto una delle canzoni che ci ha portato maggiore fortuna che si chiama “Ciuscia” Da lì è nato un percorso, la canzone ha partecipato ad un contest importante (l’Edison Change the Music del 2013, ndr) vincendolo. Un inizio travolgente”.
Giovanni: “Questo incontro ha anche sancito il fatto che ognuno di noi aveva un percorso distinto l’uno dall’altro: Carlo viene dal blues, Marco dal pop, Riccardo dal jazz ed io dal folk. La cosa bella, però, che ci ha colpiti maggiormente, è stata la grande diversità delle nostre provenienze, quella diversità che oggigiorno viene più e più volte ribadita come un valore disgregante e che noi invece abbiamo sintetizzato come un aspetto indiscutibilmente positivo”.
Carlo: “Infine va detto che noi, come tutte le band, cercavamo il suono ma paradossalmente è stato il suono a “trovare” noi. Il suono era già con noi”.

Date le vostre diverse provenienze, dunque, a chi vi siete ispirati? C’è uno o più artisti a cui guardate con maggior interesse?
Riccardo: “La particolarità sta nel fatto che non abbiamo un riferimento preciso, proprio perché provenienti da contesti culturali e musicali differenti. Non ci siamo mai ispirati a qualcuno, e credo che quella sia stata la forza della nostra proposta, evitando così di scimmiottare altri artisti. Non facciamo cover, non rientra nei nostri canoni, abbiamo sempre la necessità di portare tutto dal “nostro mondo”.

Voi venite da Palermo, dai quartieri più antichi e più storici della città. Quanta Palermo, quanta Sicilia c’è nelle vostre canzoni, al netto del vostro cantare in dialetto?
Marco: “E’ inevitabile che la nostra musica ne sia pregna, perché anche se volessimo inspirarci esclusivamente ad un concetto di musica internazionale, nel momento in cui noi la emettiamo, essendo “figli” di quella terra, viene fuori la nostra “sicilianità”, foss’anche stessimo suonando Bruno Mars, ti esce un Bruno Mars siciliano (ride, ndr). Questa è la bellezza del nostro concetto musicale”.
Giovanni: “ La nostra “sicilianità” viene fuori in maniera del tutto naturale. Nei nostri dischi, nelle nostre canzoni, abbiamo ultimamente inserito sempre di più la lingua inglese collegandola alla nostra ”lingua” siciliana, come amiamo definirla noi. Rispecchia quello che siamo, quello che viviamo quotidianamente. Noi quando suoniamo a Londra, ci esibiamo anche in palermitano: la gente balla, canta, si diverte al suono della nostra lingua”.
Riccardo : Al di là della lingua, che poi è la cosa che arriva più direttamente, c’è un qualcosa che ha a che fare con l’approccio, nel senso che noi siciliani siamo da sempre multiculturali, per ovvie ragioni, per cui per noi viene naturale mescolare, ”contaminare” e “contaminarci” con successo. È connaturato al nostro modo di essere e di fare; a Palermo, se ti sposti un da quartiere a quartiere addirittura cambia il dialetto”.

Quanto impegno e coraggio serve per costruirsi una carriera da artisti in questi tempi di crisi non solo economica?
Marco: “Purtroppo in questo periodo non puoi sottrarti alla necessità di fare due cose, un lavoro che possa permetterti poi il sostentamento della passione. Appunto però perché passione, la stanchezza che questo stile di vita può procurarti, cerchiamo di contenerla senza farci troppo schiacciare. La passione è un potente carburante per non farti avvertire certi tipi di “stanchezza”.
Giovanni : “Aggiungo che anche i premi che abbiamo vinto, i riconoscimenti tributatici, sono altro carburante che brucia e che alimenta la nostra voglia di farci conoscere limitando il peso della quotidianità. Anche la nostra affermazione al Premio De André è la riprova che c’è ancora spazio per una musica “pulita” che premia il talento e la voglia di fare musica, anche per chi come noi non ha santi in paradiso”.

Come nasce “Accussì”, il pezzo con cui avete vinto il Premio De André?
Marco: “E’ una storia vera. Racconta di una persona che noi osservavamo poiché abitava di fronte a dove viviamo. Parla di queste persone che hanno una voce ma non riescono ad essere ascoltate. Questo crea quello che nella canzone viene poi sviscerato, con la Felicità che esiste ma è chiusa dentro la stanza con l’Abitudine che le gira intorno come un leone”.
Giovanni: “Per noi è stata anche una sfida perché, in realtà, noi siamo abituati a canzoni più “suonate”, più energiche, togliere tanto ritmo non è stato semplice. Il suono però è accresciuto; avevamo voglia di fare un “lento” che rimandasse a quegli inviti che si facevano alle feste della scuola, quando con pudore chiedevi alle ragazze se avessero voglia di ballare con te. Ecco, avevamo voglia di un brano così”.

Parlate di musica senza padrini, di lavoro che paga sempre. Cosa pensate dei talent e dello strapotere che oramai pare abbiano anche nel mondo della musica?
Giovanni: “Si autodistruggeranno (ride divertito, ndr)”.
Carlo: “Sono prodotti televisivi, nulla più”.
Riccardo: “In realtà il mercato è saturo, va detto. C’è però una problematica in tal senso. Noi, Tamuna, negli ultimi due anni abbiamo raccolto tante soddisfazioni e tanti riconoscimenti, però ad oggi, non riusciamo a fare solo e soltanto i musicisti, perché esiste un meccanismo che ci impedisce di poterci dedicare esclusivamente alla musica. Ci è stato anche proposto di partecipare a dei talent, ma noi non siamo fatti per questo. Preferiamo rimanere noi stessi e tentare la nostra strada”.
Giovanni “ Volevo aggiungere: se dai talent deve uscire un personaggio come Ed Sheeran, tanto di cappello. Se andate sul web e cercate le sue foto più antiche, i suoi video più datati di quando era ragazzo, lo troverete agli angoli delle strade di Londra, in quelle a più alta frequentazione a suonare con la stessa umiltà che esprime ora. Ci potrebbe stare un 30% del mercato arricchito dai talent, perché no. È il troppo che stroppia”.

Questo è un paese che negli anni ha perso De André, Jannacci, Dalla, ecc, ecc…solo per fare degli esempi senza, d’accordo che il paese è cambiato, rimpiazzarli adeguatamente…
Giovanni: “Dando, purtroppo, per esaurita quella generazione, noi crediamo soprattutto al concetto di band. Noi non contestiamo il concetto di singolo cantautore, perché ce ne sono di valore nel panorama musicale. Penso a Maldestro, che a me piace. Noi siamo per un concetto di band, se pensiamo ai Rolling Stones, ai Beatles, a quelle storiche formazioni che stanno una vita insieme: ecco, se mai dovessimo emulare qualcuno ci piacerebbe farlo per la continuità del nostro rapporto. Noi ci scanniamo sempre (ride di gusto, ndr), ci pizzichiamo, ci stuzzichiamo in continuazione. Forse ciò è dato dalla frustrazione che, nonostante le tante belle cose fatte con la nostra musica, non si riesca a ritagliarci quello “stipendietto” obbligandoci ancora a fare altre cose”.

Concludendo e guardando alla vostra vocazione internazionale, prima parlavamo di Londra e del vostro essere sempre più presenti sulla scena musicale di quella metropoli. Dopo il recente attentato la trovate più insicura e più irrigidita?
Marco : “La musica crea, secondo me, un pianeta dove si vive senza muri, diffidenze, paure, proprio perché il livello di comunicazione che richiede e a cui fa riferimento è molto più profondo del quotidiano. La musica, tutta, dialoga con parti emotive che si trovano ad un livello difficilmente raggiungibile da barriere, razzismo, ecc…A quelle profondità, ritengo difficile la permeabilità delle brutture della nostra epoca”.
Giovanni: “ Parliamo di una delle metropoli più grandi del pianeta, paragonabile a New York per brio, cultura, diversità. Città ricca, che di musica ne ha in abbondanza, dove in una sera puoi trovare un concerto di Bruno Mars, i Coldplay, tanto per fare qualche nome. La musica a Londra è molto importante, vive con la città, ti faccio un esempio. Quando ci capita di spostarci in metro, nella famigerata metropolitana di Londra, tutti ma proprio tutti indossano le cuffie. Potrai pensare che a pagarne dazio sia la comunicazione tra le persone, perché apparentemente isolati. Da questo però capisci una cosa fondamentale: la musica è l’unica cosa che accompagna le persone nei loro percorsi di vita, che stiano andando al lavoro, a scuola, o dove vuoi tu. La musica in qualche modo le rassicura e le tiene vive”.