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Coppa Italia: Juve, primo passo verso il triplete

il punto sulla serie aROMA – Settecentoventisette giorni dopo. Juve e Lazio, in finale di Coppa Italia, come il 20 maggio del 2015. Dopo quasi due anni, eccola la gara che poteva esserne la rivincita. Poteva, ma non è andata così, nel modo più assoluto. La Lazio di Pioli, del primo Pioli, quella gara se la giocò col coltello fra i denti e fino all’ultimo respiro. Molti ricorderanno che, nel secondo tempo supplementare (!), solo un doppio palo colpito dal serbo Djordjevic impedì ai romani il vantaggio e che, sull’azione successiva, la Juve chiuse la contesa con un gollonzo di Matri. Roba da playstation.

Ieri sera invece, solo calcio vero. Quello della Juventus. Che fa con la Lazio quello che il compianto Bud Spencer, versione Piedone l’Africano, faceva col piccoletto di turno intenzionato a colpirlo: lo teneva per la testa, lo faceva sfogare, fino a che il malcapitato non esauriva la sua gragnuola di (inutili) colpi, salvo poi, con un pugno ben assestato, tramortirlo a dovere. Stasera i pugni , invece, sono stati due: Dani Alves e Bonucci mettono la firma sulla dodicesima Coppa Italia bianconera, la terza di fila. Il nostro riassunto.

Doppio piattone

Se dopo sei minuti prendi un palo, dopo dodici l’uomo più in forma della Juventus (Dani Alves) ti infilza pur non colpendo la palla come sa, e dopo venti perdi Parolo per infortunio, e per caso ti chiami Simone Inzaghi, no, non stai vivendo la tua migliore serata. L’avrà pensato anche lui, Simoncino, che tanto si era raccomandato: non bisogna sbagliare l’approccio, che in gare come questa può far la differenza. Il tecnico tutta cortesia e bel calcio sapeva benissimo cosa non fare, o meglio, cosa la sua squadra non avrebbe dovuto fare. E invece, sul terreno di gioco, è stato un patatrac. E col piattone di Bonucci-dimenticato in area da mezza difesa- che vale il raddoppio, s’è capito che tipo di partita si era “acchittata”, per dirla col dialetto dei padroni di casa. Juve quanto basta, pochissima Lazio.

Lazio assente, Juve di mestiere

Il grosso problema per Inzaghi, però, è che la sua Lazio è mancata tremendamente nel mordente. E lo fa con i suoi migliori protagonisti: incolore la partita di Keita, ritornato di colpo al letargo del primo febbraio, quasi fastidiosa quella di Immobile, che fallisce anche lo stop più banale, deludente quella di capitan Biglia, sempre più spento col passare dei minuti, sconclusionata quella del beniamino Lulic, distratto come non mai nel perdere marcature e semplici palloni. Allegri strilla e si infuoca quasi stesse già a Cardiff, ma non ce ne sarebbe motivo. Si fosse giocato per due giorni di seguito il parziale non sarebbe mai stato in bilico. Visto lo stato d’animo dei laziali, ai bianconeri il compito di portare in porto la nave, senza tentennamenti o paure. La BBC trasmette ancora più che bene, Neto (come il laziale Strakosha) è sempre puntuale, Higuain c’è anche se non si vede granché. Insomma, la Juve se la porta a casa, la Coppa. E domenica si può piazzare il colpo del k.o. ad un campionato stradominato. Chapeau.