attualita

Blue Whale: il pericoloso gioco in cui non si vince mai

ROMA – ‘Dalla Russia con amore’ cavalca l’onda (anche perché è la sua attitudine naturale) della popolarità, l’ormai famosa balena autrice delle morti di centinaia di adolescenti. Si chiama ‘Blue Whale’ ed è il nuovo ‘gioco’ che si sta diffondendo in rete.

Ha lo scopo di condurre giovani deboli e fragili verso il suicidio.

L’assurdo rituale dura cinquanta giorni e quotidianamente viene prescritta (esattamente, come fosse una medicina) una prova da superare per arrivare fino all’ultimo livello, il cinquantesimo, la morte.

Ciò prende spunto da un fenomeno naturale: questi cetacei per svariate cause a volte possono spiaggiarsi sulle coste con il rischio di non essere più in grado di rientrare in acqua, finendo quindi per morire per asfissia e disidratazione.

La stessa sorte tocca alle vittime di questo inquietante fenomeno, che si lanciano dall’edificio più alto della loro città, ‘spiaggiandosi’ in strada tra la folla. Sì, avete capito bene: giovani adolescenti trattati come balene.

Blue Whale: Russia terra natia del fenomeno

Il tutto sarebbe nato su VKontakte, una sorta di Facebook usato in Russia, per opera di Philip Budeikin, studente di Psicologia, il quale ha confessato di aver istigato almeno 17 adolescenti al suicidio per “purificare la società”.

Blue Whale si è in seguito diffuso in altri Paesi, precisamente 5 nel Sud America e 4 in occidente, compresa l’ Italia. La Russia, con un totale di 157 vittime, si è dimostrata un terreno fecondo per questo agghiacciante avvenimento.

C’è da segnalare che secondo i dati ufficiali russi il 62% dei suicidi giovanili hanno luogo per conflitti con membri della famiglia, amici, insegnanti, insofferenza all’indifferenza altrui o paura di violenza da parte degli adulti. Il tasso generale di suicidi in questo Paese decresce, ma con una forte impennata di quelli giovanili, con un picco nel 2013 di 461 casi. Perciò lì, il “mito” Blue Whale, fa presa perché spinge su motivazioni spesso più profonde.

Blue Whale, anche in Italia c’è chi è finito nella ‘trappola’

Come accennato prima però Blue Whale ‘nuota’ anche nello ‘Scarpone’, e se i casi di suicidi ancora sono relativamente pochi, salgono l’ansia e la paura. Ormai se ne parla tra le mura scolastiche e quelle casalinghe, e i genitori sono inevitabilmente preoccupati.

Secondo gli adulti non è facile tamponare questa ‘emorragia’, ma grazie ad una collaborazione tra scuola, famiglia e ragazzi grazie al dialogo si può portare a largo (sempre per rimanere in termini marittimi) la balena nata dall’inquietante fantasia di Philip Budeikin.

Blue Whale: genitori preoccupati

Una delle cause del disagio degli adolescenti è infatti il rapporto con madri e padri, che in certi casi è troppo assiduo, in altri è totalmente assente. Qui troviamo infatti le prime discordanze tra le opinioni da noi sentite: c’è chi dice che “basterebbe’ essere più ‘vivi” nella vita sociale dei figli, chi invece crede che la retta via sia nell’ascoltarli, nell’avere maggior intimità, che è comunque diverso dall’essere onnipresenti ma senza instaurare un legame intenso con loro.

Eventi come Blue Whale mutano l’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli? Anche qui la risposta ha due ramificazioni: una parte si schiera nell’assistere ancora di più la crescita dei propri pargoli, l’altra invece sceglie di non entrare in pressing ulteriormente su di loro, perché ha già un rapporto sufficientemente intenso.

Ma quindi, quanto è importante la relazione genitori-figli nello sviluppo di un adolescente? Tanto. Tanto da essere bersaglio delle manipolazioni dei ‘curatori’ ai danni delle vittime del gioco: talvolta la presenza di un genitore è vista come uno scoglio, come un freno, senza cui la nostra vita scorrerebbe più velocemente e facilmente. Un goal a porta vuota quindi colpevolizzare niente meno che le persone con cui passiamo più tempo in assoluto. E voi, mamme e papà, temete che anche la vostra prole venga risucchiata nel vortice Blue Whale?

Blue Whale: le opinioni dei ragazzi 

Perché, dunque, non sentire che ne pensa la prole stessa? Anche i ragazzi si sentono estremamente coinvolti in questo fenomeno, essendone le vittime prime. Come dice il detto ‘la bellezza sta nella varietà’, tra i giovani abbiamo riscontrato pareri distanti, già a partire da quanto sia facile entrare nel ‘gioco’: da chi dice che “comunque le vittime se la vanno a cercare”, informandosi e documentandosi su come far parte della comunità, a chi sostiene che “è molto più facile di quanto si pensi, al giorno d’oggi i ragazzi sono fragili e non è poi così difficile vedere una sfida mortale come un semplice gioco”.  Tra coetanei viene trattato spesso l’argomento Blue Whale, con interessanti spunti da cogliere in tutti i giudizi: da alcuni che la vedono come una cosa troppo distante da concepire, ad altri che ne negano proprio l’esistenza, per il fatto che “girano tante di quelle ‘fake news’ che questa non è neanche da prendere in considerazione”.

Blue Whale, l’esperto: giovani vulnerabili preda della perversione dei ‘curatori’

Dunque, dopo aver sentito il parere di genitori e figli, abbiamo chiesto l’opinione di una persona saggia e in grado di vedere questa vicenda in modo più lucido grazie al mestiere che svolge: lo psicoterapeuta Federico Bianchi Di Castelbianco. Ecco di seguito l’intervista completa.

 

Perché i ragazzi si fanno trascinare così facilmente da un gioco per aspiranti suicidi?

“In primo luogo a quest’età i giovani sono sensibili e vulnerabili, ma soprattutto tendono a far parte di un gruppo e questa spinta è più forte quando un ragazzo è sensibile e vulnerabile. Nella maggior parte dei casi si tratta di adolescenti isolati, perché altrimenti non avrebbero questa necessità di entrare in una comunità. Inoltre c’è un fascino molto particolare, quello del mistero: facendo parte di una categoria specifica di persone ed essendoci un segreto da mantenere, si incentiva la permanenza nel gruppo”.

Non è poi così impossibile percepire lo stato d’animo di un ragazzo tale da partecipare ad un ‘gioco’ del genere, lo è di più capire cosa passi nella mente dei creatori del gioco stesso…

“Si chiama perversione, ovvero la soddisfazione in quelle situazioni in cui si riesce a dimostrare il proprio potere attraverso il provocare dolore altrui. Sadismo allo stato puro”.

Su quali e quanti punti fanno leva i cosiddetti curatori per convincere i ragazzi a partecipare e di conseguenza ad accettare il loro tragico destino, ovvero la morte?

“Secondo me non è una questione di quanto sia facile o meno, perché stiamo parlando di ragazzi che vanno in cerca di una dipendenza; dunque è come un goal a porta vuota per i curatori”.

Come fanno queste persone ad impossessarsi del cervello delle loro vittime, ma soprattutto ad acquisire la loro fiducia?

“Il modo da loro operato è semplice da comprendere ma non da applicare: attraverso il dosaggio delle parole e l’uso strategico delle loro richieste ricevono attenzione da parte del ragazzo. Inoltre hanno la capacità di far sentire importanti e uniche le vittime, guadagnandosi anche la loro stima”.

Cosa direbbe alle “vittime” di Blue Whale ancora vive?

“Purtroppo le parole non sortiscono alcun effetto, dal momento che se un ragazzo ‘mette sul piatto’ la sua stessa vita non ha più paura di niente, neanche della morte”.

Ultima domanda per ‘chiudere il cerchio’ : un’opinione personale su Blue Whale?

“La mia opinione si tramuta in rabbia: vedere normali adolescenti che mettono la propria vita in mano a dei sadici criminali mi riempie di collera, perché le proprie problematiche psicologiche possono sempre essere curate e di conseguenza eliminate. Sono altre le cose da cui non si può guarire. Dovremmo ritenerci fortunati per tutto quello che abbiamo; ci sono persone estremamente più in difficoltà di noi, anche davanti ai nostri occhi, e già solo questo dovrebbe bastare. Purtroppo non è così”.

Blue Whale, Polizia Postale:  la vita virtuale di ognuno di noi ormai non è più distaccata da quella reale

Dopo aver ascoltato molte opinioni e consigli, abbiamo intervistato qualcuno il cui scopo non è dare suggerimenti, ma fare un vero e proprio ‘scacco matto’ alla balena killer: stiamo parlando di Marco Valerio Cervellini, del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.  Ecco la nostra intervista.

Il fenomeno ‘Blue Whale’ quanto è sviluppato nel nostro Paese?

“Io e gli altri miei colleghi in questo periodo stiamo ricevendo molte segnalazioni a riguardo, solo che il problema che ci siamo posti è determinare i reali confini del fenomeno e capire esattamente di cosa si tratti: stiamo indagando ed è ancora presto per fare un bilancio definitivo, ma ad oggi nel nostro Paese evidenze di curatori e quindi di fenomeni diretti da qualcuno che dia istruzioni su cosa fare e come farlo non ne abbiamo nelle nostre indagini. Quindi il problema è distinguere in questa massa di segnalazioni cosa può essere preoccupante e autentico sotto il profilo del fenomeno in questione e cosa invece è legato all’altrettanta preoccupazione del disagio adolescenziale. Allo stato attuale risultano essere particolarmente preoccupanti i fenomeni di emulazione tra gli adolescenti e ragazzi”.

Come vengono coinvolti i ragazzi all’interno del ciclone ‘Blue Whale’ ?

“La modalità è la seguente: le vittime vengono istigate da una persona chiamata ‘curatore’, che monitora costantemente i suoi comportamenti giorno dopo giorno prescrivendogli una prova da svolgere quotidianamente per 50 giorni, fino al suo suicidio. I ragazzi cercano hashtag o link particolari, però oramai si sente di tutto e la psicosi sta diventando un po’ convulsa: anche personalmente ricevo messaggi dove mi viene richiesto cosa accade se clicco su messaggi WhatsApp dove c’è scritto balena blu, o se esiste il rischio di rimanere coinvolti nel gioco senza possibilità di uscita”.

In che modo, voi che vi occupate della sicurezza dei cittadini, venite a conoscenza di aspiranti suicidi partecipanti al gioco se non tramite segnalazione?

“La Polizia di Stato come Polizia postale e delle Comunicazioni è particolarmente attenta a questo problema: proprio per questo ha creato un team di investigatori per monitorare costantemente la rete e il web, e per approfondire il fenomeno per capire se è autoprodotto dagli adolescenti o se invece dietro c’è la mano di un criminale che induce poi i minori al suicidio. Grazie all’inserimento di alcune parole ‘chiave’ siamo in grado di controllare i social e cogliere eventuali segnali di allarme.  La Polizia Postale è impegnata in numerose attività di prevenzione e campagne di educazione alla legalità che coinvolgono giovani e adulti e che si dimostrano sempre molto efficaci. Inoltre abbiamo messo a disposizione dei giovani, insegnanti e genitori i nostri portali Istituzionali, come il sito del Commissariato di PS online o le pagine facebook ‘Una Vita da Social’, attraverso le quali stiamo ricevendo tantissime segnalazioni anche dagli stessi adolescenti che ci segnalano i loro coetanei che si lasciano coinvolgere nella pratica del Blue Whale”.

Come pensa si possa risolvere il problema? Quali armi avete a disposizione per sconfiggere ‘Blue Whale’ in Italia?

“Il primo consiglio che mi sento di dare è quello di stare sempre attenti nella navigazione sulla rete internet, perché la vita virtuale di ognuno di noi ormai non è più distaccata da quella reale. Per quanto concerne il fenomeno criminale, la Polizia di Stato è sempre presente e siamo a disposizione di tutti i cittadini per far sì che tale fenomeno non sfoci in istigazioni, ma dobbiamo capire e valutare bene il tipo di disagio; l’autolesionismo purtroppo è spesso una forma di problematica adolescenziale e in questo caso non bisogna esitare a rivolgersi a figure professionali competenti, o a quella fascia di operatori che sono in grado di valutare opportunamente questo disagio”.

Anche se l’ultima parola spetta a giudici e magistrati, a quale pena vanno incontro i cosiddetti curatori?

“Qualora si accerti la presenza di un criminale che approfittando della vulnerabilità dei nostri ragazzi li induce attraverso una serie di regole e istruzioni a compiere un gesto estremo, si configurerebbero diverse ipotesi di reato fino a quella più grave dell’istigazione al suicidio”.

Queste, dunque, le parole che chiudono la nostra inchiesta su ‘Blue Whale’, con la speranza che tutte le persone competenti facciano il massimo per sconfiggere lo tsunami cavalcato da questa pericolosa balena.

 

di Giulia Romani e Emanuele Caviglia – Liceo Giulio Cesare di Roma