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I bambini di fronte al mare. Appunti di viaggio per un’estate in spiaggia

Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu.

 E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua.

Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, 2011

estate in spiaggiaROMA – Sia che si viva nell’entroterra oppure si risieda lungo la linea della marea, siamo accomunati da un rapporto ancestrale con l’acqua. Noi tutti abbiamo navigato nel mare uterino delle nostre madri e l’acqua ci ricollega a uno stato in cui non ci sentivamo ancora separati dal grande universo. Antico e primordiale, l’oceano è la madre di tutte le madri, il grande cerchio nel cui fluido recinto ha avuto inizio la vita e dalle cui zone fertili i primi coraggiosi pionieri si sono messi sulla sabbia. Per questo rapporto antico con l’elemento liquido, il mare risveglia nell’essere umano passione, mistero e avventura. Il mare se si è disposti ad ascoltarlo può diventare un maestro di vita, grande e impetuoso non fa distinzioni di razza o di ceto sociale. Il mare rispetta chi lo rispetta, ed è per questo che è importante giocare con esso senza mai dimenticare che ha le sue regole.

Un bambino, come i più recenti studi hanno messo in evidenza, viene al mondo con un repertorio innato di capacità che lo rendono in grado di adattarsi all’ambiente esterno. Una di queste doti può essere individuata nella cosiddetta acquaticità. Con esso si intende l’attitudine dei bambini a muoversi in acqua, vale a dire l’assenza di quel timore per l’elemento liquido che tanto spesso invece si ritrova in persone adulte e che porta ad irrigidirsi e a compiere gesti bruschi non appena si è immersi in acqua. Questa dote che il bambino si ritrova, grazie soprattutto al lungo periodo trascorso immerso nel liquido amniotico della madre, se non è coltivata opportunamente, un po’ per cause naturali e in buona parte a causa di atteggiamento eccessivamente timoroso dei grandi, si può facilmente perdere nel giro di un paio d’anni.

Un’esperienza comune infatti è quella del bambino di 2 o 3 anni che difronte al mare reagisce con ritrosia e timore. Il mare è immenso e dispersivo, il bambino non ne controlla i limiti e questo può farlo sentire insicuro ed indifeso. Niente paura, come le correnti che attraversano il mare anche la paura può far parte dell’esperienza, ma essa passa e va oltre; il rapporto con il mare non va forzato. Uno straordinario strumento sempre a nostra disposizione per superare il timore del mare è il gioco. Seguendo gli interessi naturali del vostro bambino, sperimentando la sabbia asciutta o bagnata, la ricerca delle conchiglie o dei granchietti si potrà aiutare il bambino a trovare un giusto equilibrio con l’elemento marino. È importante che il piccolo senta di avere un adulto vicino che non ha timore di ciò che può accadere, che mostri fiducia e passione per l’esperienza che si sta proponendo, e pian piano saprà trovare la strada che lo porta verso il mare.

Il mare è anche un inno alla libertà, attraverso esso si può imparare a vivere in sintonia con la natura, a conoscere i ritmi e le maree, scoprire piante marine e pesci, si può socializzare in modo spontaneo e man mano che si cresce con l’età il rapporto con il mare si arricchisce di nuove avventure. Così ci si può addentrare nella conoscenza del mondo marino attraverso le attività di snorkeling, le immersioni, le lunghe nuotate o la vela sportiva, il mare può continuare ad essere fonte di ispirazione e di conoscenza dell’altro e di se stesso.

Molti adolescenti si avvicinano con grande soddisfazione al mondo della vela. Su questo tema ci sembra importante riportare le parole dell’analista junghiana, Norma Bärgetzi Horisberger  la quale sostiene che: “la barca è da sempre stata non solo un veicolo, uno strumento, ma anche compagna dell’uomo. Alla barca si dà un nome e guai a cambiarlo! Da sempre la barca è stata espressione di un archetipo, colei che ci porta nel nostro viaggio terreno da una sponda all’altra.estate in spiaggia L’io che nel viaggio individuativo deve confrontarsi e relazionarsi con le intemperie che il destino ci pone sul nostro viaggio. La vela è un’immagine che parla molto, perché si muove con il vento e nessuno può comandare il vento. È una metafora per le nostre attitudini, le nostre caratteristiche, le nostre qualità. Il vento è simbolo del destino, colui che interferisce nel dialogo tra mare, barca e vela. Quindi, dobbiamo adattare le vele come meglio possiamo. Capita, per esempio, che un vento contrario ci costringa a rinunciare almeno temporaneamente a raggiungere un dato porto; proprio come con certi obiettivi che ci fissiamo nella vita. In altri casi siamo costretti a circumnavigare un’isola, proprio come dobbiamo spesso «girare attorno» a ciò che vogliamo ottenere. Il viaggio in barca a vela sottolinea la relazione che intercorre tra l’energia divina (il vento) e l’essere che si muove a seconda del proprio destino nella presente incarnazione”.

L’elemento acquatico in definitiva sembra essere presente fin dai primi passi, o meglio bracciate, dell’uomo, e se si sa cogliere con pienezza l’esperienza che essa ci offre può diventare un importante scuola di vita. Attraverso esso piccoli e grandi possono sperimentare sfida, desiderio di avventura e di esplorazione, ricerca di un senso di libertà estrema ma anche di responsabilità e condivisione, oltre che voglia di spingersi a comprendere meglio i movimenti profondi del mare e di se stessi.