Sanremo visto da noi: l’articolo di Emanuele Caviglia

(L’articolo dello studente Emanuele Caviglia nell’ambito dell’iniziativa Sanremo visto da noi)

Sanremo dagli occhi di un 17enne. L’effetto del Festival su un millenial

Ad essere onesto, devo subito ammettere che se non avessi dovuto scriverci su, sovrapponendo la mia di canzone a quelle in gara, io Sanremo non l’avrei mai visto.

Già, perché per certi versi il giornalismo è proprio come la musica, gli ingredienti sono gli stessi.

Testo, ritmo e interprete sono ciò che conta. Sono semplicemente due modi diversi di far emozionare le persone.

Tornando a noi però, da martedì a sabato il canale della mia TV non sarebbe mai stato Rai 1 per il semplice fatto che, come dire, io sono troppo avanti per il Festival. O forse è il Festival che è troppo indietro.

Ecco, è semplicemente uno show anacronistico. Guai a dirlo agli appassionati o alle persone di una certa età, ma è così.

Io Sanremo lo definisco come lo specchio dell’Italia nazional-popolare del dopoguerra e del boom economico. Lunghina come definzione eh, ma non posso omettere nulla.

Dopo un conflitto in cui abbiamo perso tutto, serviva qualcosa in grado di far (ri)unire gli italiani e che accendesse dentro di loro quel tricolore sotterrato fino a pochi anni prima.

Perché in fondo Sanremo ce l’abbiamo solo noi, nel senso che in nessun altro paese c’è stata una manifestazione musicale in grado di raccogliere così tanta gloria e popolarità.

E se infatti dal 1951 continua ad essere visto da milioni di persone, (quando un normale show di quegli anni sarebbe da quel dì morto e sepolto ) un motivo ci sarà: semplicemente  il Festival è stata la seconda bandiera dell’Italia per almeno 40 anni.

Già, perché niente è riuscito a mobilitare una nazione di 60.000.000 di persone quanto Sanremo.

E io li capisco i nostalgici che per 5 serate non hanno fatto altro che rimpiangere i tempi andati eh, avrei fatto lo stesso anche io. Anzi, dirò di più, anche io sono un nostalgico del Sanremo che era, anche se non l’ho vissuto. E proprio perché non l’ho vissuto. Ho capito veramente cosa ha significato per i miei nonni e per i miei genitori, quando avevano la mia età.

Quando ancora la televisione era ancora un “ di più “ e i programmi si contavano sulla punta delle dita, una trasmissione del genere era semplicemente magica, salvifica.

Talvolta sento raccontare di condomini interi che si riunivano  da  qualcuno che aveva quell’incantevole schermo in casa. Immaginate una cosa del genere oggi? No, ed è proprio per questo che Sanremo, forse, ha fatto il suo tempo.

E se posso azzardarmi, nel giro di 20-30 anni il programma forse rischierà l’estinzione.

Questa esplosione di pessimismo ha qualcosa a che fare con il senso di questo show, perché se per i nostri nonni e genitori significava, significa e significherà tradizione,  ritualità e condivisione, non sarà lo stesso per noi.

Perché in fondo, scusate il gioco di parole, questa è una trasmissione che si basava sulla trasmissione stessa, e una volta scomparse anche le condizioni sociali per rendere questo programma davvero speciale, quando l’ultima generazione di “Sanremisti” comincerà a scomparire, come farà il Festival a sopravvivere?

Comunque…per essere la mia prima edizione di Sanremo, però, sono contento di averlo vissuto così per tutti i 5 giorni. E alla fine anch’io ho capito che partecipare come spettatore ad un programma del genere, significa avere qualcosa in più, far parte di una storica famiglia…