26 aprile 1986, disastro di Chernobyl. Ecco cosa accadde

26 aprile 1986, ore 01:23. Un forte boato sveglia gli abitanti di Pripyat e Chernobyl in Ucraina (ai tempi ancora parte dell’Unione Sovietica)

ROMA – 26 aprile 1986, ore 01:23. Un forte boato sveglia gli abitanti di Pripyat e Chernobyl in Ucraina (ai tempi ancora parte dell’Unione Sovietica).
Ancora non lo sanno, ma ad interrompere il loro sonno è stato quello che sarà ricordato come il peggior incidente nucleare che il mondo abbia mai visto.

L’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl rilasciò una ricaduta 400 volte più radioattiva della bomba di Hiroshima, contaminando più di 200.000 km quadrati d’Europa.
32 anni dopo, gli effetti del disastro si fanno ancora sentire.
800.000 persone sono state esposte alle radiazioni.
25.000 di queste sono morte e 70.000 sono rimaste disabili.

Errore fatale

Un progetto difettoso e instabile, unito al fattore umano, ha portato all’esplosione del quarto reattore della centrale.

Il giorno prima del disastro di Chernobyl, i gestori degli impianti si stavano preparando ad un arresto per eseguire la manutenzione ordinaria sul reattore numero 4.
Violando le norme di sicurezza, gli operatori disabilitarono le attrezzature degli impianti, compresi i meccanismi automatici di spegnimento, secondo il Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR).

Alle 01:23 del 26 aprile, barre di combustibile nucleare estremamente calde sono state abbassate nell’acqua di raffreddamento, generando una quantità immensa di vapore.
A causa dei difetti di progettazione dei reattori RBMK, è aumentata la reattività del nocciolo.

L’aumento di potenza risultante ha provocato un’immensa esplosione che ha staccato “il tappo” di 1.000 tonnellate che copriva il nocciolo del reattore, rilasciando radiazioni nell’atmosfera e interrompendo il flusso del liquido di raffreddamento nel reattore.

Pochi attimi dopo, una seconda esplosione di una maggiore potenza rispetto alla prima, distrusse l’intero edificio del reattore, rilasciando un fiume di grafite bollente e altre parti del nocciolo intorno alla centrale, dando inizio ad una serie di intensi incendi intorno al reattore danneggiato e al reattore numero 3, che era ancora in funzione al momento delle esplosioni.

Effetti sulla salute

Il governo sovietico impiegò un giorno intero per realizzare la gravità dell’incidente e le sue conseguenze.
Centinaia di migliaia di persone sono state evacuate quasi due giorni dopo l’esplosione, ma per molti era troppo tardi.
28 lavoratori di Chernobyl morirono nei quattro mesi successivi l’incidente, secondo la US Nuclear Regulatory Commission (NRC), tra cui alcuni eroici operai che si esposero consapevolmente a livelli mortali pur di evitare ulteriori perdite di radiazioni.

Più di 6.000 casi di cancro alla tiroide possono essere collegati all’esposizione alle radiazioni in Ucraina, Bielorussia e Russia, anche se il numero preciso di casi direttamente causati dall’incidente di Chernobyl è difficile (se non impossibile) da accertare.

Nel 2016 è stato installato un nuovo sarcofago di 36mila tonnellate (tre volte e mezzo la Tour Eiffel) sul reattore nucleare che, per almeno 100 anni, arginerà l’incubo nucleare.

Impatto ambientale: la Foresta Rossa

Poco dopo la fuoriuscita di radiazioni da Chernobyl, gli alberi dei boschi circostanti l’impianto sono stati uccisi dagli alti livelli di radiazioni.
Questa regione è nota oggi come Foresta Rossa, perché gli alberi morti hanno assunto una colorazione zenzero brillante.

La regione oggi è ampiamente conosciuta come uno dei santuari della fauna selvatica più unici al mondo.
Fiorenti popolazioni di lupi, cervi, linci, castori, aquile, cinghiali, alci, orsi e altri animali sono stati documentati nei fitti boschi che ora circondano l’impianto fantasma.

Ma non significa che l’area è tornata alla normalità, o che lo sarà nel prossimo futuro.
A causa della lunga durata radiazione nella regione circostante l’ex centrale nucleare di Chernobyl, l’area non sarà sicura per l’abitazione umana per almeno 20.000 anni.