Spazio: MELiSSA, il progetto spaziale per produrre e riciclare cibo e ossigeno [VIDEO]

A quanto ammonta il fabbisogno giornaliero di un astronauta? Un bisogno base di 5 chili al giorno per astronauta in termini di consumo metabolico: un chilo di ossigeno, un chilo di cibo disidratato e tre chili di acqua che servono sia per bere che per reidratare il cibo essiccato

Progetto MELiSSA – Se l’ultima frontiera dello spazio sono le missioni a lungo termine ci sono una serie di problemi logistici da affrontare. Fino ad oggi infatti gli astronauti sulla Stazione spaziale internazionale si sono sempre affidati ai rifornimenti da Terra per quanto riguarda acqua e cibo, generalmente alimenti liofilizzati e, in alcuni casi, reidratati. Il problema è che, ad esempio, in una missione come quella che si prefissa di raggiungere Marte non ci sarebbe la possibilità di fare rifornimenti, per questo dovremmo trovare un modo per produrre cibo e ossigeno direttamente in orbita.

Fino ad oggi i tentativi fatti sono stati per lo più esperimenti che non soddisfacevano per quantità le esigenze di un equipaggio spaziale, i primi sono stati i russi che nel 2003 hanno mangiato dei piselli colti dal loro primo orto spaziale e, lo scorso agosto, anche gli americani sono riusciti a coltivare la prima lattuga spaziale. Ma a quanto ammonta il fabbisogno giornaliero di un astronauta?



A quantificarlo ci ha pensato il team del progetto Melissa, Micro Ecological Life Support, che ha previsto un bisogno base di 5 chili al giorno per astronauta in termini di consumo metabolico: un chilo di ossigeno, un chilo di cibo disidratato e tre chili di acqua che servono sia per bere che per reidratare il cibo essiccato.

Per quanto riguarda la produzione di ossigeno, una parte del consorzio Melissa dislocata a Barcellona, sta studiando un meccanismo che si avvale di topi e alghe. In questo delicato ecosistema i topi respirando producono anidride carbonica, le micro alghe catturano questa Co2 e con la luce nel foto bioreattore producono la fotosintesi, producendo ossigeno, ossigeno che torna al compartimento dove ci sono i roditori in un circuito chiuso, senza sosta.

La modalità di produzione del cibo è stata affidata ad un gruppo di ingegneri spaziali tedeschi sta costruendo un satellite per coltivare pomodori nello spazio cercando di simulare la gravità che c’è sulla Terra e su Marte.

La navicella spaziale Eu: Cropis lo lancerà e il satellite ruoterà attorno alla Terra mentre i suoi semi al suo interno germoglieranno. Gli esperimenti del laboratorio Eden nel Centro Aerospaziale tedesco di Brema si occupa delle tecniche per far crescere le piante: il controllo dell’umidità, della temperatura e le soluzioni fertilizzanti; anche in vista della possibilità di coltivare piante su un altro pianeta.

Per la coltivazione dei pomodori spaziali è necessario del fertilizzante, anche qui gli studiosi hanno trovato una soluzione ingegnosa: l’urina, che forse per la sua utilità viene chiamata anche l’oro giallo. Naturalmente le piante non cresceranno nel terreno, per la difficoltà di gestione, ma il movimento della navicella dovrebbe dare ai semi un’idea di dove far crescere le radici e dove le foglie.

Una volta risolto il problema della produzione di cibo e acqua, si pone il problema di come riciclare sia i rifiuti solidi che quelli liquidi derivanti da piante e animali. La soluzione sembra essere nei sistemi a circuito chiuso. Facciamo un esempio: l’acqua bevuta sulla Stazione spaziale internazionale non è solo quella che arriva da Terra con i veicoli Cargo, ma, in parte, è sempre la stessa che si ottiene attraverso il sistema di riciclo della stazione, dall’urina o anche da quella evaporata dai capelli. Un meccanismo che potrebbe essere potenziato in vista di missioni pluriannuali.

Non tutto però viene riciclato, per quanto riguarda feci e oggetti da buttare, come possono essere indumenti sporchi e strumenti rotti, vengono accatastati nella stiva del veicolo automatico di trasferimento dell’Esa, che una volta pieno viene fatto tuffare nell’atmosfera terrestre a velocità ipersonica disintegrandosi in piccoli frammenti. Il problema in questo frangente sarebbe la lontananza dalla nostra atmosfera, ma niente panico, si troverà una soluzione anche per questo.