UNA STORIA D’AMORE E DI GIN

UNA STORIA D'AMORE E DI GIN​

Dalle montagne alla città, dall’infermieristica ai distillati d’autore. Il “Buseto” di Silvia Carpene, una “gineria” tutta speciale

#Faccioquellochemipiace

di Fabrizia Ferrazzoli

di Fabrizia Ferrazzoli

Roma – C’è chi per amore, quello vero, molla tutto e ricomincia da zero. Silvia Carpene dal Veneto è arrivata a Roma lasciando tutto (tranne i vestiti) sulle montagne. È nella capitale che a tempi record ha trasformato un interesse in un lavoro bellissimo. In quattro mesi ha messo da parte dieci anni di carriera tirando su, da una ex paninoteca, il suo “Buseto”: un locale piccolo-piccolo dove il “Gin” la fa da padrone.

«Il gin nasce da una materia che sa di poco. È un distillato di cereali che assume un carattere in base alle tecniche di distillazione, al barricamento e alle botaniche che si usano in infusione o in distillazione. I risultati sono tanti e completamente diversi: questa cosa è eccitante».

Nata e cresciuta “nella natura”, Silvia appena ventunenne è diventata infermiera. Specializzata in area critica e in catastrofi naturali, per 8 anni ha lavorato in terapia intensiva dedicandosi anche alla formazione di studenti universitari.
Oggi la sua vita è cambiata dal giorno “alla notte”. In un weekend bolognese – più o meno tre anni fa – ha incontrato Marco. Uno scontro col botto (lui ha fermato un autobus per lasciarle il numero di telefono) che l’ha portata a lasciare un posto fisso, una casa tutta sua e una famiglia molto vicina.

 

Nessun trasferimento e nemmeno un’aspettativa, l’avventura romana inizia per lei con un salto nel vuoto. La sua azienda infatti non è scesa a compromessi e il licenziamento è stato l’unica via per seguire la storia d’amore. Senza sapere cosa sarebbe successo, a febbraio ha lasciato gli affetti e un contratto a tempo indeterminato ed è partita alla volta di Roma. A giugno ha aperto i battenti una vera e propria “gineria d’autore”. Un nido in cui Silvia ha portato un po’ della sua terra, qualche tradizione e molta passione, dimostrando che la rivoluzione si può fare e anche in tempi brevi.

 

Si definisce un’ottima cliente da bar ed è proprio a Verona che ha imparato a degustare e scoprire l’essenza del gin. A ispirarla è stata il suo posto del cuore, un locale dove ogni drink racconta una storia.

 

«Prima di trasferirmi venivo a Roma nei weekend. Vedere un cartello con scritto vendesi/affittasi e passarci più volte davanti mi ha dato la spinta a inventare un posto tutto mio. Mi sono messa a studiare come una pazza libri, blog e articoli: tutti sul gin. Ho preso il locale senza avere nessuna esperienza. Il tempo di ristrutturare, fare i corsi, avere i permessi e ho aperto».

Un’idea, molta curiosità, un po’ di sana follia e un prestito della banca le hanno permesso di dare vita al suo Buseto. Un vero e proprio “buchetto” che nasconde dietro al bancone almeno sessanta tipi di gin.

«Se c’è tempo porto i miei clienti alla scoperta del “bar”. Mi piace raccontare, far annusare le bottiglie: faccio fare sempre un giro sui gin italiani, sui fioriti e su quelli speziati. Mi piace insegnare ai clienti come si degusta: cosa si sente nel naso e cosa nel palato, cosa si prova respirando con la bocca. È così che ho conquistato la mia crew. Questo è il senso del mio nuovo lavoro, far vivere un’esperienza a chi viene a trovarci».

Un mondo il suo basato anche su un’attenta e continua attività di ricerca. Scovare cantine e distillerie di piccoli produttori, di cui molti italiani, conoscere le loro storie e il processo di lavorazione fa sì che Silvia, senza saperlo, metta in circolo un’economia preziosa, raffinata e artigianale portandola nei bicchieri delle persone.

Nonostante le difficoltà che la vedono lontana dalle vecchie abitudini e dagli amici di sempre, Silvia sembra vestire benissimo i panni della manager. Beghe amministrative a parte e la complessità di un posto come Roma sono ostacoli a cui riesce a tener testa con energia e positività. Con il suo lavoro, fatto di inediti mixology e drink più convenzionali, pratica prima di tutto l’antica arte dell’ospitalità, “impresa” eccezionale di cui tanti hanno perso memoria.

«Con un’attività tutta tua non puoi prenderti il lusso di essere in ritardo su nulla. È faticoso ma bellissimo: le soddisfazioni arrivano. Per un bilancio economico è davvero troppo presto, al momento non ho un centesimo da parte, riesco a coprire le spese e mi sembra già molto. Vedremo tra un paio di anni, le prospettive però mi sembrano rosee. Non so dire se sono matta o totalmente incosciente, certo è che 31 anni è l’età perfetta per fare il salto nel vuoto e, per amore, ne vale certamente la pena!».

E se di questi tempi un racconto così ha il sapore di “favola”, sappiate invece che è tutto vero. La buona notizia è un messaggio forte e chiaro: “Si può fare!”. Mi raccomando però: guai a pensarci troppo!

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