Ambientalismo nel XXI secolo: Il Fenomeno Greta

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ROMA – Osservando le immagini, i video e le notizie dei disastrosi effetti del cambiamento climatico, viene spontaneo chiedersi cosa stiano facendo i governi e le istituzioni a riguardo. Per il 63% dei cittadini europei (sondaggio di Eurobarometro) l’ambiente è un problema da trattare di concerto tra gli Stati, in Europa e nel mondo. A questo proposito, l’Unione Europea si pone obiettivi a breve, medio e lungo termine, quali ad esempio salvaguardare i cittadini dai problemi legati all’ambiente e trasformare l’Unione in un’economia verde, competitiva e a basse emissioni di carbonio. A livello globale le Nazioni Unite, tra le altre cose, hanno stanziato un finanziamento di 100 miliardi annuali per politiche che rispettino gli Accordi di Parigi. Ciò che risulta evidente confrontando i vari progetti è che l’ambiente, l’energia e la tecnologia sono strettamente collegate: sono stati infatti costituiti programmi per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie a bassa emissione di CO2, anche se è necessario notare che è assente uno specifico budget comunitario dedicato a questo fronte.

In questo panorama emerge la figura di Greta Thunberg, attivista quindicenne svedese che si impegna in una protesta contro i cambiamenti climatici dapprima individuale, trasformatasi poi in mobilitazione internazionale attraverso i Fridays for Future, scioperi del venerdì presenti in tutto il mondo, sostenuti anche dal WWF. Le proteste chiedono il rilancio delle energie rinnovabili e interventi per il risparmio e l’efficienza energetica. Se da una parte la mobilitazione acquista valore e importanza, consentendo a Greta di pronunciare discorsi al Parlamento Europeo e di essere ricevuta dal Papa, essa rimane generica, incitando gli stessi organi che incolpa a fare qualcosa senza di fatto specificare una soluzione concreta. Infatti, gli attivisti non si organizzano in un partito politico. Le manifestazioni non hanno portato ad un tavolo di discussione e di proposte, ma anzi promuovono una visione del mondo erronea divisa in buoni, ovvero adolescenti e adulti che si informano e protestano, e cattivi, ovvero multinazionali ed élite che producono e inquinano egoisticamente come se la faccenda non li influenzasse.

Inoltre, i progressi nella lotta all’inquinamento sono stati fatti dai governi senza l’interesse del popolo, che si mostra per la maggior parte indifferente ai problemi ambientali, non percepiti come rilevanti. A dimostrarlo, gli scarsi risultati dei partiti Verdi, che propongono buste biodegradabili, raccolta differenziata, chiusura delle miniere di carbone e disincentivi all’utilizzo dell’auto, e al contrario il successo delle recenti proteste antiambientaliste dei gilet gialli in Francia. Ora come ora, le multinazionali sono il modo più efficace per produrre e mantenere il tenore di vita dell’odierna società consumista, perché offrono prodotti e servizi economici, dispensando lavoro e stipendi.

Lo studio del National Bureau of Economic Research ‘A direct estimate of the technique effect: changing of the pollution intensity of Us manufacturing 1990-2008’ dimostra un calo del 90% di emissioni inquinanti, grazie all’utilizzo di nuove tecnologie produttive più pulite ed efficienti da parte di 400 industrie pesanti. Inoltre, la composizione dell’industria americana è rimasta invariata e la produttività è aumentata in maniera inversamente proporzionale al calo delle emissioni. Se la soluzione fosse appesantire le aziende, il costo dei relativi prodotti ne risentirebbe. Ma le principali fonti di inquinamento derivano da politiche di Paesi emergenti che, pur di incrementare la loro economia, non badano ai disastri ambientali. Se invece si volesse cambiare alla base il sistema economico, bisognerebbe essere molto più specifici e concreti, abbandonando il generico spirito anti-capitalista delle manifestazioni. Dunque, per inquinare effettivamente meno, è necessario allocare le risorse verso uno sviluppo tecnologico che consenta un uso economicamente fruttuoso e largamente utilizzato delle energie rinnovabili. Tuttavia, già da ora ci sarebbe la possibilità di utilizzarle, a causa della mancanza di piani e direttive comuni a tutti i tipi di produzione energetica.

Intervistando diverse persone sull’argomento, è opinione comune che i governi non stiano lavorando efficacemente riguardo all’ambiente: “Qualcosa cercano di fare, tuttavia sono sempre presenti interessi di grandi aziende, come quelle petrolifere o quelle chimiche, che non hanno molto interesse nel proteggere l’ambiente”. Afferma un signore, e prosegue: “E’ molto più importante per le vite di noi umani che per la Terra, dato che l’ambiente in decine di migliaia di anni potrà riassestarsi, anche senza di noi”. Per quanto riguarda il futuro: “Spero che la società del domani possa essere capace di poter cambiare qualcosa, ma per adesso non si vede nulla alla base” dichiara una signora. Su quello che potremmo fare da cittadini e consumatori un signore afferma: “La cosa più concreta sarebbe non comprare o comprare di meno prodotti dei Paesi dove non c’è una chiara legge ambientale o con aspetti non chiari sulla produzione.”

In un’intervista con Luca Franceschetti, studente di scienze politiche presso l’università Roma Tre e attivista all’interno del movimento Fridays for Future, abbiamo cercato di chiarire alcuni punti del loro manifesto. Sulle posizioni economiche del movimento, afferma: “Il nostro obiettivo non è proporre un sistema economico alternativo, ma farci ascoltare. Ciò che vogliamo è raggiungere le 0 emissioni nel 2050”. Riguardo al rapporto con la politica “Noi siamo un movimento apartitico, chi vuole capire ben venga -dichiara- la politica non capisce che abbiamo presentato un’opportunità, e che deve prendere provvedimenti in sedi diverse dalle piazze: sta a loro saper cogliere l’occasione”. Interrogato sulla possibilità dell’auspicata ‘rivoluzione verde’ risponde così: “E’ necessaria. Per attuare un cambiamento del genere c’è bisogno di cambiamenti radicali, non piccole riforme qua e là, bisogna riconcepire la società come più equa e giusta, è uno sforzo senza precedenti.” Infine, sulla scuola “l’istruzione è fondamentale –dice-la scuola è il luogo di formazione delle generazioni future ed è da lì che deve partire il cambiamento”.

di Giacomo Voccia, liceo Giulio Cesare di Roma

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