Europeismo giovanile

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ROMA  – Da una parte il pensiero comune, critico nei confronti dell’Unione Europea, dall’altra i giovani, che vivono la dimensione europea come scelta di libertà e non ci pensano affatto a tornare indietro e ai passaporti per muoversi da un paese all’altro.

L’idea che l’organizzazione e la struttura dell’Unione Europea sia imperfetta rappresenta ormai la quasi totalità del pensiero comune, come dimostrano i risultati delle recenti elezioni europee del il 26 maggio 2019. L’euroscetticismo di stampo radicale rimane la minoranza, mentre ben più importante e diffuso risulta essere l’atteggiamento di sfiducia e avversione nei confronti delle istituzioni europee, favorito dalla macchina propagandistica dei partiti di governo, che tuttavia continua a cozzare con la realtà. In Italia, infatti, all’interno del bilancio comunitario, è il Paese che riceve più fondi per sicurezza (321,8 milioni su 2,6 miliardi) e immigrazione (91,1 milioni su 593,8), mentre diventano sempre più ingenti i capitoli di spesa dedicati ai giovani.

Gli studenti e le nuove generazioni non mettono in discussione la permanenza nell’Unione Europea, ma anzi, poiché sono nati in seguito alla sua istituzione e sono fruitori a pieno dei suoi benefit, vivono la propria vita completamente immersi nel contesto europeo. Il processo di integrazione coincide con il progresso, e il riaffermarsi di forze che sostengono la restaurazione dei precedenti confini politici e sociali viene tendenzialmente considerato come un’involuzione, una costrizione. Le varie retoriche patriottiche, che affondano le proprie radici sul cristianesimo o sull’esaltazione della patria fino all’idealizzazione, stridono fortemente con i nuovi orizzonti e le infinite possibilità che possono avere luogo grazie al progetto europeo. Sul fronte della mobilitazione studentesca, l’ipotesi di studiare all’estero non appare lontana e assurda come 50 o 60 anni fa, ma quantomai reale e concreta. Infatti, l’equipollenza dei titoli di studio, la possibilità di spostarsi utilizzando solo la carta d’identità, l’ideazione del progetto Erasmus (ora Erasmus+) e non ultima la volontà dei Paesi stessi ad aprirsi rappresentano un vero balzo in avanti.

Dal punto di vista sociale, nessuna grande tematica di questo millennio viene limitata alla mera realtà nazionale: le proteste per il cambiamento climatico, i movimenti per la parità dei diritti delle donne, l’accoglienza dei migranti; tutte vengono trattate a livello globale. Tuttavia, è proprio sulla visione del mondo dei giovani che bisogna soffermarsi. La concezione diffusasi è che i giovani siano del tutto indifferenti ai temi politici, a causa di una classe dirigente incapace di esprimersi efficacemente sui social media e in tv. Il fulcro della questione sta proprio nella enorme distanza venutasi a creare tra il mondo giovanile e la politica, considerata qualcosa che non li riguarda, un mondo di per sé corrotto a prescindere da chiunque si candidi, che non ha altri interessi se non guadagnare. Questa trasformazione in luogo comune, tuttavia, non è da imputare pienamente ai giovani, bensì alle generazioni passate, che si sono rivelate inadatte al ruolo di educatori ed esempio. La sensazione di impotenza e di non riuscire a cambiare ciò che si trova ingiusto è sentimento comune. Per questo viene a formarsi una situazione che sembra paradossale: si è insoddisfatti della politica attuale, ma spesso non ci si informa sulla cronaca, non si conosce la struttura effettiva dello Stato, eppure ci si affida alla ‘vecchia’ politica. Infatti, non solo l’appartenenza ad un gruppo politico è diventata una questione di moda tra i ragazzi, ma ci si àncora saldamente alle divisioni in fazioni del secolo scorso e di quello ancora precedente, in una continua ricerca della radicalità della destra piuttosto che della sinistra. Oltre agli appartenenti a gruppi studenteschi di estrema destra o estrema sinistra, decisamente contrari all’UE, l’europeismo all’interno dell’ambiente liceale si manifesta nel dare per scontato i diritti e le libertà acquisite dopo l’entrata nell’Unione.

L’opinione degli studenti rispecchia abbastanza fedelmente le tendenze europee. Tutti i giovani intervistati, tra i 16 e i 17 anni, sono insoddisfatti della situazione politica attuale. “Una rete di Stati comunicanti è fisiologica per il benessere -dice Allegra- se poi questa unione funzioni non lo so”. Maria Letizia afferma: “La cosa più importante da ricordare è il motivo per cui è nata l’Unione, e bisogna perseguirlo” e prosegue: “il legame tra i vari Paesi permette scambi e confronti continui e stimolanti”. Su un’eventuale ‘Italexit’ “Sarebbe estremamente negativa -sostiene Sara- peggiorerebbe, tra le altre cose, la situazione dell’accoglienza dei migranti”. Di opinione totalmente opposta è Marianna: “Sono contraria all’UE, e un’uscita sarebbe positiva perché l’Italia riacquisterebbe la propria sovranità”. Sulla fiducia verso le istituzioni, c’è chi le definisce “una macchina disastrata e corrotta fino al midollo”, come commenta Allegra, o chi, come Maria Letizia, afferma che “La fiducia c’è, il problema sono i singoli parlamentari che non rispettano i propri doveri” e prosegue: “ad ogni modo io e la politica non abbiamo molto in comune, è come se mi stesse dando la possibilità di osservare ma non ancora di intervenire”.

Per quanto riguarda la comunicazione, il recente uso massiccio di social da parte dei politici potrebbe lasciar pensare che si stiano avvicinando ai giovani, ma “non è affatto così”. Marcella infatti sostiene che, a causa del poco interesse nella politica, ogni cosa ‘postata’ andrebbe bene solo se venisse letta con una “solida coscienza politica alle spalle”. “L’ignoranza dilagante non permette di valutare con criterio ciò che si legge, e si finisce per aderire a idee senza conoscerne il fondamento” conclude. Tuttavia si è consapevoli della necessità di informarsi, e a questo proposito Gaia dice: “le mie idee politiche sono alquanto confuse e, per quanto cerchi di informarmi, per una questione così rilevante penso che dovrebbe esserci uno sforzo maggiore dalle istituzioni”. Riguardo alla possibilità di studiare o lavorare fuori dal Paese, molti vorrebbero avere la possibilità di non lasciare l’Italia a causa della disoccupazione, ma “se tira avanti così, l’estero non è una brutta idea”, commenta Marianna.

Dunque, le nuove generazioni conservano lo spirito di fratellanza e unione tra popoli del dopoguerra, ma, come veri figli del proprio tempo, mostrano un pragmatismo e una razionalità che non lascia molto spazio a speranze vane e futuri incerti: un cambiamento è necessario, e ora.

di Giacomo Voccia del liceo Giulio Cesare di Roma

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