THESE “MINORCHINE” ARE MADE FOR WALKING

THESE “MINORCHINE” ARE MADE FOR WALKING

Con una laurea in giurisprudenza, un master in economia e un posto in azienda, Charis Goretti si è data alla moda. Una storia di viaggi, scarpe e shopping compulsivo

#Faccioquellochemipiace

di Fabrizia Ferrazzoli

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Roma – Può un last minute cambiarti la vita? A Charis Goretti è successo così. Dieci anni fa è atterrata a Minorca e da allora è tutto un via vai Roma/Mahón. Nell’isola eletta a posto del cuore le è davvero successo di tutto: dalla proposta di matrimonio al colpo di fulmine per le Avarcas, sandali in cuoio con cui oggi fa ancora moltissima strada. Anello al dito a parte, tornare con dieci paia di scarpe nuovissime in valigia, non è roba per tutti. Noi le chiamiamo “minorchine” e da un paio d’anni sono un must di stagione anche in Italia. Una tendenza – nuova e coloratissima – arrivata senza dubbio grazie anche al suo zampino. Con una laurea in giurisprudenza, un master in economia e un posto in azienda, Charis a un certo punto si è data alla moda!   

«In poco tempo la passione per le minorchine è diventata un’ossessione in cui ho coinvolto tutta la famiglia, in primis mia sorella Sais. Mi sembrava impossibile non trovarne traccia in Italia. Cinque anni fa, durante un pranzo allargato con i parenti, all’unisono mi hanno detto “importale tu!”. Non ho avuto neanche il tempo di decidere che mio zio, grafico, ha acquistato e registrato il dominio “Original Minorchine”.»

Il tempo di una spaghettata e Charis aveva un brand tra le mani! Un investimento di poche centinaia di euro che le ha consentito la progettazione di un business tutto nuovo, in un mondo che porta con sé un insieme di esperienze e competenze specifiche che ha dovuto costruire viaggio dopo viaggio.

Impegnata nel controllo della gestione aziendale di famiglia, nel campo dell’edilizia, con un lavoro di responsabilità e il peso di una reputazione influenzata (forse) da qualche pregiudizio dovuto all’età, al sesso ma anche alla parentela, Charis ha raccolto la sfida. A motivarla, oltre al supporto incondizionato dei suoi, è stato il bisogno di emancipazione. Si è messa così sui suoi passi, quasi come fosse un gioco. La passione per le scarpe, un’attitudine naturale per lo shopping compulsivo e un fiuto per gli affari hanno fatto il resto.

«Ho realizzato una cosa mia, mettendomi alla prova. La società è nata con mia sorella, architetto con una sorprendente creatività. Lavorare con lei è stato decisivo, abbiamo due ruoli definiti, siamo complici. Insieme siamo tornate a Minorca, abbiamo visitato e conosciuto molto fabbriche, trovando quella che faceva al caso nostro. Ci siamo sentite subito a casa. La produzione è iniziata con una collezione di 350 pezzi.»

Un sito molto semplice e la partecipazione in alcuni dei market romani hanno messo in moto “Original Minorchine”. Un campionario, il primo, andato sold out nel giro di pochissimo: il banco di prova, superato, per iniziare davvero l’impresa. La produzione oggi vanta dei numeri ben più alti e, tra le novità, ci sono modelli inediti, ideati e disegnati da Sais. Il brand resta oggi completamente “Home made”: l’attività conta infatti solo sulle forze delle sorelle Goretti. Il rapporto con la fabbrica, la selezione dei modelli, il web marketing, l’assistenza clienti, ma anche le spedizioni e il controllo della merce, sono tutti affari di famiglia. Un’avventura iniziata per scherzo è diventata un lavoro a tempo pieno.

«In questi anni sono cresciuta e ho imparato moltissimo. Il mondo della moda viaggia veloce ma allo stesso tempo può essere lentissimo. Soprattutto se il prodotto non è già sul mercato. Devi costruire l’identità del brand e fare i conti con il budget. Sbagliando si impara e quando l’attività è la tua, abbassi la testa e vai avanti, assumendoti ogni responsabilità. Ho sottovalutato l’importanza del marketing e mi sono resa conto in corsa che lavorare con i punti vendita – anche se pochi e selezionati – richiede un lavoro di distribuzione insostenibile se non hai le spalle larghe.»

Dopo un’esclusiva durata qualche anno in accordo con la fabbrica, Charis ha fatto retromarcia capendo che è bene puntare, per ora, su un unico canale che nel suo caso è il web. L’obiettivo è quello di «Creare un gioiellino che abbia personalità e originalità». Non un prodotto luxury insomma, ma un prodotto con una fascia di prezzo medio che abbia un target definito. Ogni anno l’investimento cresce, presto Original Minorchine punterà anche su pubblicità e accessori continuativi, pensati per aprire un mercato anche nei mesi più freddi.

Rinnovarsi è una priorità assoluta nel mondo dello stile e del mercato in generale, il prodotto del resto è già collaudato. Ora che le minorchine sono realtà anche in Italia non è difficile trovare le differenze tra una scarpa rifinita ed una più scadente. Il limite di un business come questo è però la stagionalità, le Avarcas sono un sandalo estivo, per cui i mesi di vendita effettivi sono meno di sei (da aprile ad agosto). La rendita con un brusco calo di entrate durante l’inverno non è ancora sufficiente a far decollare l’azienda. Si è rivelata vincente la scelta di optare per un co-office, una dimensione stimolante e conveniente, dove il confronto con figure professionali diverse, dal fotografo al designer, è stato indispensabile per la crescita del brand.

Imprenditrice a tutti gli effetti e “paladina” italiana della minorchina, con scelte azzardate e qualche (fisiologico) passo falso, Charis si è inventata un lavoro che le piace.

Negli anni ha imparato a prendere le misure, puntare su un fatturato più gratificante richiede pragmatismo e costanza, aggiornamento e visione d’insieme. Nonostante le soddisfazioni e una crescita continua c’è sempre molto da fare, ma questo lo sa e nessuno più di lei c’è dentro con tutte le scarpe!

#faccioquellochemipiace

#Faccioquellochemipiace sono storie di chi fa da sé, si inventa e ci riesce, di chi ha dato una svolta alla vita con mosse vincenti e rivoluzionarie. Racconti felici di chi osa e tenta di realizzare le proprie aspirazioni professionali. Documenti che parlano di un pezzo d’Italia, quella più laboriosa e spesso silenziosa. Storie di una generazione che cambia e che cresce, con un pizzico d’incoscienza e una sana dose di resilienza. 

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