Giulia: "Giornaliste più attaccate dei colleghi uomini"

Giulia: “Giornaliste più attaccate dei colleghi uomini”

L'intervento al convegno della statale di Milano con VOX Diritti
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MILANO – Insulti a donne in quanto donne. L’hate speech contro le donne, l’uso di parole e immagini fino alla violenza di genere e al ruolo che in questo campo possono giocare i media. Se n’è parlato al convegno promosso dal Dipartimento di diritto pubblico sovranazionale dell’università statale di Milano con l’osservatorio ‘VOX Diritti’ e il centro di ricerca interuniversitario ‘Culture di genere’.

“Quando facciamo attività nelle scuole riusciamo a far confrontare i ragazzi che hanno compiuto atti di bullismo o cyberbullsimo con le conseguenze delle proprie azioni- ha detto Silvia Brena, giornalista e cofondatrice di ‘Vox Diritti’- per noi è importante tanto quanto costruire una contronarrazione. Dal punto di vista educativo dobbiamo imparare a intervenire sullo spettro positivo delle emozioni per contrastare i discorsi d’odio”, ha concluso Brena, annunciando che il tema del prossimo report dell’osservatorio da lei diretto sarà proprio dedicato alle responsabilità dei media nella costruzione dei discorsi d’odio e di misoginia.

Aspetto su cui è intervenuta Silvia Garambois, presidente di ‘Giulia giornaliste’: “Serve un flusso di notizie in cui le donne non siano un’appendice- ha detto- Giulia nasce da una ribellione, cioè dall’esigenza di rappresentare le donne nell’informazione, anche a livello aziendale. Perciò abbiamo iniziato a lavorare sul linguaggio a partire dalla formazione”. Ministra, non ministro. Docente ordinaria, non ordinario. “I nostri giornali grondanti ‘raptus di gelosia’ sono uno strumento che non solo non aiuta nella battaglia ma giustifica l’assassino”, ha detto Garambois che poi ha criticato la retorica per cui ‘la vittima se l’è cercata offendendo o comportandosi male’.

“Eppure le percentuali del Viminale dicono che la maggioranza delle donne vittime viene uccisa da uomini che avevano la chiavi di casa. Perché però di molestie sui nostri giornali si parla così poco?- ha chiesto polemicamente la presidente di ‘Giulia’- Le donne giornaliste ricevono più aggressioni e più insulti degli uomini. Le professioniste con scorta che lavorano in una situazione di pericolo sono di più. Proiettili, minacce ai figli, avvertimenti: evidentemente il fatto di essere donna costituisce motivo di aggressione ulteriore. Così il linguaggio d’odio: lavorare sulle querele è materia spinosa perché noi siamo vittime di querele temerarie di continuo- ha dichiarato, facendo riferimento alla querela ricevuta da ‘Giulia’ da ‘Casapound’- Lavoriamo, quindi, prima sul piano culturale e, all’interno dell’ordine professionale, con sospensioni e radiazioni, così come indica il manifesto di Venezia che abbiamo siglato”, ha concluso.

Il 63% delle donne giornaliste avrebbe ricevuto minacce di varia natura, ha riferito Paola Rizzi di ‘Giulia giornaliste’, citando una ricerca del 2018 del ‘Women’s Foundation’. Secondo il consiglio d’Europa, poi, il 57% dei professionisti considera normale ricevere minacce e non denuncia. “Il primo attacco nel 2016. Vengo etichettata traditrice della patria insieme a Laura Boldrini e altre donne. Gli uomini che pure lavoravamo come me non furono attaccati- ha raccontato Angela Caponnetto, giornalista di ‘Rainews 24’, vittima di hate speech per aver realizzato dei servizi sui temi delle migrazioni in Italia- L’apoteosi dopo l’ultima missione sulle navi umanitarie. A quel punto non sono più solo estremisti di destra, ma anche politici a mettermi alla gogna sui social. L’ex ministro Salvini, il senatore leghista Bagnai. I loro commenti hanno scatenato una valanga di insulti da cui non si sono dissociati. Persino un tecnico Rai mi ha minacciata sui social e non è stato licenziato dall’azienda”.

“Nel Mediterraneo si continua a morire anche a causa degli effetti dei decreti sicurezza, ma questo non va detto- ha sottolineato Caponnetto- Noi lo raccontiamo e così comincia ad arrivare una valanga di improperi. La maggior parte degli insulti che mi hanno rivolto sono stati di tipo sessista”, senza volerli riportare “perché mi fanno ribrezzo. L’ultimo è di qualche giorno fa- ha aggiunto la giornalistsa- Loro hanno continuato ma io pure, e spesso sono state donne le più violente, ho denunciato e non mi sono mai fatta intimidire”. Da parte di Facebook e Twitter nessuna rimozione, ha riferito Caponnetto. “Un conto è la diffamazione a mezzo stampa ma per il resto è molto difficile intervenire perché la legge non è ancora al passo di questo cambiamento. I social sono una realtà, quindi non smetterò di usarli per via degli insulti, non mi sentirei più libera se lo facessi. Un consiglio a tutte- ha concluso- da sole non si riesce a fare nulla”.

“Un milione di dollari al giorno investiti per un anno su Facebook da Trump verso Clinton- ha esordito Cristina Tagliabue, giornalista e fondatrice del media civico al femminile ‘Le contemporanee’- Aggressioni e fake news che il social di Zuckerberg dovrebbe verificare. Lo fa? Vogliamo unire le donne del Parlamento per far passare leggi dedicate alle donne, da Boldrini a Bonino a Carfagna. Per fare questo organizziamo incontri con esperte e parlamentari ogni due mesi- ha spiegato Tagliabue, per poi mettere sul banco degli imputati proprio le donne- Siamo spesso noi per prime a usare un linguaggio sbagliato verso noi stesse e le altre. Le donne sanno essere davvero taglienti, questo tipo di cattiveria va stoppata e dobbiamo trovare dentro di noi l’energia necessaria per farlo”.

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