Coronavirus, studenti universitari: "Limitante ma può essere momento di svolta"

Coronavirus, studenti universitari: “Limitante ma può essere momento di svolta”

Diregiovani ha raccolto alcune testimonianze a Milano
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MILANO – Federica, Francesca, Luca e Matteo sono iscritti a corsi triennali, magistrali e dottorati di ricerca in diversi atenei milanesi. In comune hanno la condizione di universitari in quarantena per la prima volta nella loro vita, anche se qualcuno sdrammatizza: “quando prepari certi esami non è poi così diverso”. Tutto sommato, non sembrano viverla affatto male. Certo, manca il contatto, specie per chi ama frequentare l’università. Le abitudini cambiano in assenza di una prospettiva chiara, ma questa particolare gestione del tempo, dicono, ha i suoi vantaggi. La loro riflessività li fa concentrare sulle sfumature e sugli aspetti peculiari di questa esperienza straordinaria. Che comunque, dicono ancora, inizia ad assumere anche un carattere di apparente normalità. Le lezioni infatti sono riprese pressoché per tutti, in alcuni casi con più tempestività e sempre più regolarità, in altri invece ancora un po’ a singhiozzo, ma almeno questa scansione del tempo, così naturale per chi nella vita studia, è stata ripristinata. Diregiovani.it ha voluto fare loro una semplice domanda: come state?

“Da anni ho scelto di lavorare fuori casa, avere un luogo in cui rifugiarmi per studiare, scrivere e confrontarmi con i miei colleghi e le mie colleghe. E, non lo nego, distrarmi anche un po’, concedendomi pause, momenti di svago e socialità per spezzare la solitudine che spesso caratterizza la quotidianità di chi studia e fa ricerca- racconta Federica, dottoranda alla Statale di Milano- ora sto scoprendo cosa significhi stare a casa durante il giorno, sola di fronte al mio computer, e devo ammettere che, salvo un certo disorientamento iniziale, ne ho tratto beneficio quanto a concentrazione e gestione del tempo”.

“Le lezioni di dottorato- aggiunge Federica- proseguono con regolarità sulle piattaforme interattive. Sicuramente interagire con un computer e una voce senza video abbassa inevitabilmente la possibilità di confronto, pur tuttavia incentivando la comunicazione e il confronto tra pari. In generale, la socialità ha assunto forme nuove: dal bicchiere di vino condiviso via Skype con gli amici di sempre alla videochiamata con la mia famiglia che non vive a Milano. Le riunioni di lavoro sono diventate interattive e più ‘familiari’. Le stesse gerarchie si sono fatte più dolci e i rapporti con i propri superiori hanno assunto contorni meno rigidi, sono diventati più confidenziali. Anche il solo fatto di mostrarsi nelle proprie case ha agevolato questa nuova modalità di interagire, questo nuovo senso di condivisione. Certo, le interazioni faccia a faccia mancano, eccome se mancano”.

Simili le considerazioni di Francesca, terzo anno di filosofia alla Cattolica:

“Penso che la solitudine sia una opportunità per stare con se stessi, rimettere insieme i pezzi, fare ciò che di solito rimandiamo. Se lo si fa nel modo giusto può essere un momento di svolta, anche se può sembrare limitante. Però- ammette- il vero isolamento per me sta iniziando ora perché la regione Sicilia mi ha costretto a due settimane di isolamento. Ero a casa del mio fidanzato quando è uscito il decreto e sono appena rientrata a Milano”.

Luca, primo anno di ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, al telefono appare sereno e riposato, perché “il poli” ha messo a disposizione sin da subito tutte le lezioni del semestre e “questo aiuta a riacquisire normalità. Dormiamo anche un po’ di più e questo non guasta” scherza. La quarantena è convinto che gli farà bene:

“Vedo possibilità di crescita, sento che tornerò alla normalità più ricco. Non sto soffrendo molto questa limitazione della libertà. Grazie a internet mantenere i contatti è possibile. Leggo tanto, rifletto. È come se ogni giorno provassi una sensazione nuova. Inizialmente confesso di avere avuto un rifiuto a pensare al Covid-19 come un problema serio, nonostante mia madre sia medico. È la prima volta che la mia generazione si sente messa così duramente alla prova. Ne deduco che bisogna avere visione lungimirante e pensare anche agli altri. Dopo tanti giorni devi fare un po’ i conti con te stesso e questo passaggio è importante”.

Matteo invece frequenta il primo anno di magistrale in scienze antropologiche ed etnologiche all’università Bicocca:

“Le lezioni sono iniziate nei tempi e in alcuni casi sono modellate in base ai nostri contributi, domande, consigli, dubbi che i docenti hanno raccolto per email. Devo dirmi soddisfatto della gestione di questa emergenza e della grande collaborazione che sto vedendo. Ho proposto ai miei compagni di università di scrivere un diario di campo, come quelli dell’antropologo. Questo tempo è un non tempo che ci sta cambiando”.

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