"Leaving Neverland", gli eredi di Michael Jackson battono in appello HBO

Gli eredi di Michael Jackson battono in appello HBO per “Leaving Neverland”

Il documentario accusato di diffamazione
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Lo scorso anno veniva trasmesso da HBO un documentario per la televisione, vincitore del Premio Emmy 2019 nella categoria “Outstanding Documentary or Nonfiction Special”. “Leaving Neverland”, diretto e prodotto dal regista britannico Dan Reed, è la storia di due uomini, Wade Robson e James Safechuck, che raccontano un trauma subito in età infantile: i presunti abusi sessuali da parte del cantante Michael Jackson.

 

Prima dell’anteprima al Sundance Film Festival la famiglia Jackson si era detta furiosa perché i media avrebbero scelto di credere “senza uno straccio di prova o un singolo pezzo di indizio materiale alla parola di due bugiardi conclamati” Inoltre, “Michael fu sottoposto a un’indagine approfondita che incluse un raid a sorpresa a Neverland e in altre proprietà, nonché un processo davanti a una giuria in cui venne considerato completamente innocente”.

È così che nel febbraio 2019 gli eredi hanno intentato una causa da 100 milioni di dollari nei confronti di HBO, chiedendo anche che il documentario venisse ritirato e non trasmesso. La rete televisiva americana non accontentò la richiesta. La pellicola fu trasmessa da HBO e dall’emittente Channel Four nel marzo di quell’anno, suscitando scalpore in tutto il mondo e recando un grave danno all’immagine del re del pop.

Oggi ci avviciniamo alla fine di questo caso, che da giudiziario è diventato anche mediatico: gli eredi del cantante hanno vinto in appello. Infatti, nonostante l’impossibilità della citazione in giudizio di HBO per diffamazione, data la morte di Jackson, gli eredi hanno affermato che è stato violato un accordo di non diffamazione del cantante firmato nel 1992 per ottenere l’esclusiva sulla trasmissione del film-concerto “Live in Bucharest: The Dangerous Tour”. Accordo che, dice il legale del network Theodore Boutrous , ha smesso di essere valido nel momento in cui le due parti hanno adempiuto ai propri obblighi.

HBO aveva infatti ribattuto che la clausola era irrilevante rispetto alla disputa attuale, puntando il dito contro coloro i quali sembravano voler mettere a tacere le vittime degli abusi sessuali.

Diversamente la pensano i giudici Richard Paez, Lawrence VanDyke e Karin Immergut: “Una clausola compromissoria può ancora vincolare le parti, anche se le parti hanno eseguito integralmente il contratto anni fa”.

Al momento, l’emittente sostiene anche che non era necessario chiedere il permesso alla famiglia per mandare in onda certe questioni, dunque che non esista un loro diritto di veto. Difatti, HBO può ancora fare appello: un giudice del 9th Circuit della Corte di Appello ha confermato che dovrà intervenire un arbitrato legale.

 Gli antefatti

L’idea del filmato era nata nel 2018, quando Reed aveva contattato i due protagonisti della vicenda per realizzare un documentario che narrasse la loro versione dei fatti. Infatti, Robson aveva testimoniato in favore di Jackson nel 2005, quando la star aveva dovuto affrontare un processo per molestie nei confronti del tredicenne Garvin Arvizo – seconda accusa di questo tipo, dopo quella del 1993 da parte di Jordan Chandler, della stessa età.

Le cose si complicano otto anni dopo: nel 2013 lo stesso Robson ritratta la precedente dichiarazione sostenendo di aver represso in passato i ricordi relativi agli abusi di cui era stato vittima, provocati dal cantante. Presenta quindi una causa civile verso gli eredi di Jackson, chiedendo un risarcimento di 1,2 miliardi di dollari. Stessa cosa fa James Safechuck, nel 2014. Tuttavia, le accuse vengono rigettate perché, a detta dei giudici, avrebbero dovuto presentare la richiesta subito dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 2009. In più, sono stati obbligati a farsi carico delle spese processuali, comprese quelle degli eredi.

 

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