Vita di periferia: spesso per i ragazzi una prigione senza stimoli

Vita di periferia: spesso per i ragazzi una prigione senza stimoli

Nelle piccole realtà la noia può scontrarsi con lo stato di attivazione psicofisica tipico dell’adolescenza, un mix che si traduce spesso in comportamenti pericolosi,
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ROMA  – Nel nostro lavoro di sportello d’ascolto nelle scuole, ci capita sovente di immergerci in contesti extraurbani che in molti casi si presentano come terreni fertili per l’emersione di condotte a rischio da parte degli adolescenti. In alcune scuole alle periferie del territorio romano ad esempio, il bacino di utenza degli studenti è molto ampio a livello territoriale e le problematiche relative alla pendolarità non riguardano solo lo stress di viaggiare o le levatacce mattutine. I ragazzi in questione vivono in contesti in cui le stimolazioni ambientali e le opportunità di diversificare i propri interessi sono piuttosto ridotte: nei piccoli agglomerati extraurbani la noia può scontrarsi con lo stato di attivazione psicofisica caratteristico dell’adolescenza, un mix questo che si traduce spesso in comportamenti pericolosi, quali
eccessivo utilizzo di internet, consumo di alcool e droghe, condotte sessuali a rischio.

La piccola realtà di periferia non offre stimoli

Negli sportelli abbiamo a che fare spesso con ragazzi che si sentono ‘imprigionati’ nella propria piccola realtà, che non riescono a sentirsi stimolati dal proprio contesto che in molti
casi sembra loro indifferente ai bisogni dei più giovani. La reazione che va per la maggiore è il desiderio di fuggire, il sogno dell’evasione, di una vita diversa altrove. Un’evasione che i ragazzi proiettano nel futuro, sentendosi allo stato attuale impotenti e rimediando purtroppo con fughe artificiali che provocano inevitabilmente disagi all’adolescente, al suo nucleo familiare e alla comunità nel suo insieme.

Il ruolo dello psicologo nelle scuole di periferia

La presenza di uno psicologo nelle scuole di periferia risulta quindi di primaria importanza per dare a questi ragazzi la possibilità di essere riconosciuti, ascoltati e supportati nella loro delicatissima fase di crescita. Importante dunque, ma non sufficiente. È soprattutto in questi contesti che la scuola dovrebbe porsi come primario centro di aggregazione e socializzazione dei più giovani, promuovendo attività che possano andare al di là della didattica ed offrendo un’opportunità di sperimentarsi.

Tuttavia, l’eventuale prezioso impegno della scuola ad assistere gli adolescenti non solo sul piano didattico ma anche su quello sociale, si scontrerebbe con i grossi limiti che caratterizzano
le politiche giovanili nel nostro paese. Esiste ovviamente una precisa responsabilità collettiva e politica nei confronti dei ragazzi abbandonati alla ‘strada’, responsabilità che purtroppo viene considerata sempre meno prioritaria e che si esprime generalmente in progetti a breve termine che si limitano a trovare una soluzione temporanea all’inedia giovanile dei ragazzi di provincia.

Sarebbe importante che la riflessione pubblica si soffermasse di più sui bisogni di questi ragazzi che non vedono un futuro se non in un altrove che nemmeno loro conoscono. L’assunzione di responsabilità da parte delle politiche giovanili e della società adulta in generale sarebbe il primo passo di quella che potrebbe idealmente divenire una comunità educante, una comunità che riconosce il valore di ogni giovane vita e l’ingiustizia insita nell’avere opportunità diverse in base al luogo in cui si ha la fortuna o la sventura di venire al mondo. Un primo, singolo passo per dare una chance a questi ragazzi: l’opportunità di
scegliere, attraverso la sperimentazione, chi vogliono diventare. L’opportunità di essere considerati dal proprio paese alla pari dei coetanei che popolano le grandi città.

 

Della Dott.ssa Roberta Boncompagni, psicologa

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Autore: Redazione Diregiovani
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