Bebe Vio confessa: “Ad aprile un’infezione al braccio, la prima diagnosi era amputazione e poi morte”

La schermitrice azzurra fresca vincitrice dell'oro nel fioretto alle Paralimpiadi rivela l'incubo dal quale è da poco uscita

Dell’inviato a Tokyo Mirko Gabriele Narducci

“Sono felicissima, è qualcosa di veramente eccezionale perché stavolta non pensavo di farcela. Sono state due medaglie completamente diverse: a Rio c’è stata l’emozione della prima volta, ma questa qui proprio non me la aspettavo. Ho avuto un infortunio abbastanza grave e ho dovuto preparare tutta la Paralimpiade in due mesi, è stata veramente tosta. La dedico alla mia famiglia, che quest’anno ha sofferto veramente tanto”. 

Sono le parole di Bebe Vio, fresca vincitrice dell’oro ai Giochi paralimpici di Tokyo 2020. Dopo le gare individuali, oggi la scherma azzurra torna in pedana per quelle di squadra.

“AD APRILE GRAVE INFEZIONE A BRACCIO, HO RISCHIATO MORTE”

“Il grave infortuno che ho avuto, che è anche il motivo per cui non ho partecipato alle gare di sciabola, è un’infezione da stafilococco al braccio sinistro (quello con cui tira, ndr) che è andata molto peggio del dovuto e la prima diagnosi era amputazione entro due settimane e morte entro poco. Sono felice, hai capito perché ho pianto così tanto? Sono stata operata a inizio aprile e ho rimesso la protesi da scherma due mesi fa. L’ortopedico ha fatto un miracolo, si chiama anche Accetta tra l’altro… è stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro”, ha aggiunto Vio. 

“NEANCHE DOVEVO ESSERCI, SONO FORTUNATA”

Ora, però, il peggio può dirsi alle spalle: “È stato un anno molto duro per me, Covid a parte, e riuscire ad avere questa medaglia è veramente incredibile”. Negli ultimi dodici mesi “sono stata sfigata per l’infortunio che ho avuto. Sembrava tutto a posto, poi invece il primo aprile mi hanno dovuta operare e questa Paralimpiade, a quanto pare, non doveva esserci… Alla fine abbiamo preparato tutto in due mesi, quindi devo dire che il fisioterapista Mauro Pierobon e il preparatore atletico Giuseppe Cerqua sono stati qualcosa di magico. Non so veramente come cavolo abbiano fatto, sono stati fantastici. Io non ci credevo, non credevo che tutto ciò fosse possibile, non credevo di arrivare fin qua”.

“NELLA DIVISA IL BRACCIALETTO DELL’OSPEDALE”

E proprio prima della gara, “mi hanno nascosto dentro la divisa il braccialetto dell’ospedale di qualche mese fa dove avevo scritto ‘-119’, che erano i giorni che mancavano da quando ho iniziato ad allenarmi per la preparazione fisica, e poi ho rimesso la protesi da scherma. E’ bello, sono veramente fortunata”. Tornando alla finale dominata contro la cinese Jingjing Zhou, stessa avversaria sconfitta in finale a Rio 2016, in gara da parte dell’azzurra “c’era tanta grinta, tanta cattiveria– ha spiegato lei stessa- Stamattina c’era solo la felicità e la voglia di iniziare a tirare, la voglia di andare lì, mettere quella maschera e sentire solo la voce dell’arbitro, il respiro dell’avversario e il coach dietro che ti dice cosa fare e cosa no. E poi sentire e sapere di avere compagne di squadra, le mie, che sono eccezionali: chiunque potrebbe vincere con loro”. Una vittoria sofferta quanto desiderata, arrivata dopo cinque anni di sacrifici e allenamenti, con in mezzo anche la pandemia. “Nei primi quattro anni la preparazione e gli allenamenti sono andati benissimo, avevamo preparato tutto nel migliore dei modi… Anche durante il Covid però devo dire che i nostri allenatori ci hanno messo veramente a disposizione tutto il possibile”.

2021-08-30T12:02:58+02:00