Ogni sport che si rispetti, soprattutto quelli in cui la professionalità, la dedizione, la cura dei particolari fanno davvero la differenza, ha i suoi personaggi mitici. Uomini che, avendo avuto un ruolo decisivo nell’evoluzione delle tecniche, o degli strumenti, o della tecnologia, sono legati ad un periodo senza il quale ora la disciplina per come la conosciamo non esisterebbe neppure.

Tralasciando in questa sede il mero esercizio nostalgico che, sebbene a diversi livelli di intensità, coinvolge tanto il calcio (gli amanti delle partite della domenica tutte alla stessa ora) o il tennis (alcuni ancora rimpiangono il suono della pallina sulle racchette di legno), la Formula 1 si presta inevitabilmente ad una serie di aneddoti e ricordi che affondano la loro esistenza nella leggenda.
E proprio l’aggettivo ‘leggendario’ è quello che forse si addice meglio ad un meccanico che, entrato in Ferrari nel 1959 perché scelto direttamente dal mitico Enzo Ferrari per rimpolpare i ranghi del Reparto Corse, restò nella scuderia di Maranello per oltre tre decenni e fino alla pensione, arrivata nel 1990.
Da qualche giorno quell’uomo, depositario di una quantità incredibile di retroscena vissuti sulla propria pelle nel paddock, si è spento alla veneranda età di 89 anni. Dopo oltre un terzo della sua esistenza dedicata alla ‘Rossa’.
Addio a Rolando Levoni, oltre 30 anni in Ferrari
Il personaggio che ha lasciato un vuoto immenso nel cuore di tutti i ferraristi (e anche degli attuali piloti del ‘Cavallino rampante’, che tanto hanno sentito parlare di lui) si chiamava Rolando Levoni Bontempi.

Il già compianto meccanico aveva stabilito la sua residenza a Maranello anche dopo l’interruzione del suo rapporto lavorativo con la Ferrari. Inevitabile e anche sacrosanto il ricordo del sindaco della cittadina emiliana Luigi Zironi, che ha utilizzato i canali social per esprimere il suo cordoglio.
Alla memoria è tornato quasi immediatamente l’aneddoto forse più incredibile legato al lavoro di Rolando Levoni Bontempi. “La Ferrari che porto nel cuore è la T4 che vinse il campionato del mondo nel 1979, primo Scheckter e secondo Villeneuve”, iniziò a raccontare qualche tempo fa su YouTube il meccanico. “Eravamo ai box a Monte Carlo, con la macchina pronta, arriva Jody Scheckter e si mette il casco e il sottocasco e dice: ‘Non ho i guanti’. Nessun problema, io nella tasca posteriore dei pantaloni avevo i miei guanti da lavoro rustici, quelli con la cucitura in pelle interna. Li avevo rovesciati, con la cucitura esterna, per poterli rovinare di meno. Gli dico: ‘Guarda, ecco i guanti’. Usò i miei guanti, rientrò ai box con alcune vesciche, ma fece la pole con i miei guanti da lavoro”, chiosò il meccanico. Storie da pelle d’oca, legate ad un mondo delle corse oggi molto ma molto diverso da quello vissuto dal mitico professionista.
