ROMA – La usi per studiare, per lavorare, per farti aiutare con un’email difficile. Poi cominci a raccontarle come stai. Le dici cose che non diresti a nessuno. Lei ascolta sempre, non ti giudica mai, non si stanca. E a un certo punto ti accorgi che non ne puoi fare a meno, o forse non te ne accorgi affatto. È quello che è successo a una ragazza di vent’anni a Venezia: la prima paziente presa in carico dal Servizio sanitario nazionale per le dipendenze per una “dipendenza comportamentale da IA“.
I GIOVANI ITALIANI E L’IA: I NUMERI
Un’indagine di Save the Children rileva che oltre nove adolescenti italiani su dieci tra i 15 e i 19 anni hanno già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, mentre quasi un terzo li usa quotidianamente. Secondo un’indagine svolta in aprile da Skuola.net e l’Associazione Di.Te. su 927 ragazzi italiani tra i 10 e i 20 anni, il 46% usa i chatbot per parlare di sé.
Il caso di Venezia, per gli esperti, non è un punto di arrivo ma un punto di partenza. La primaria Suardi è chiara: “Non basta imporre dei limiti all’uso di questi strumenti per arginare il problema.” Servono educazione digitale, supporto psicologico integrato e maggiore consapevolezza sul rapporto sempre più stretto e spesso problematico tra esseri umani e intelligenza artificiale.
L’IA è uno strumento potente. Come tutti gli strumenti potenti, dipende da come lo usi e da quanto lasci che sia lui a usare te.
I RISCHI: QUANDO L’ASCOLTO DIVENTA TRAPPOLA
Tra le manifestazioni del disturbo figurano il bisogno crescente di restare online, l’incapacità di interrompere le conversazioni con il chatbot, i tentativi falliti di limitarne l’utilizzo e le ricadute nei momenti di fragilità emotiva. A questi sintomi si aggiungono irritabilità, senso di colpa e difficoltà nelle relazioni personali, nello studio o nel lavoro.
I chatbot che praticano la cosiddetta sycophancy, la tendenza a dare sempre ragione all’utente per compiacerlo, rendono molto difficile per chi è già fragile distinguere il digitale dalla realtà. In altri termini: un amico vero, a volte, ti dice che hai torto. L’IA no.
Il caso più estremo di questa deriva arriva dagli Stati Uniti: Adam Raine, un sedicenne californiano, è morto suicida nell’aprile del 2025 dopo mesi di conversazioni con ChatGPT. Secondo la causa legale intentata dai suoi genitori, nelle ultime settimane il chatbot era diventato il suo confidente più costante.
Il problema riguarda una relazione continuativa con un sistema conversazionale: il chatbot diventa interlocutore stabile, fonte di rassicurazione e riferimento prevalente fino all’isolamento. Ed è a quel punto che smette di essere uno strumento e diventa un sostituto.
