ROMA — Immaginate di lavorare su un sito da trent’anni e di accorgervi, quasi per caso, che sotto i vostri piedi si nasconde un nido preistorico. È quello che è successo a Mèze, nel dipartimento dell’Hérault, dove Alain Cabot e la sua squadra hanno portato alla luce un tesoro paleontologico senza precedenti. Oltre cento uova di dinosauro, rimaste protette dalla terra per circa 72 milioni di anni, sono riemerse in uno stato di conservazione che gli esperti definiscono eccezionale.
IL RITROVAMENTO NEL CUORE DELL’OCCITANIA
La scoperta non è stata un colpo di fortuna isolato, ma il risultato di una ricerca meticolosa nel sito a cielo aperto di Mèze, una zona già nota agli studiosi ma che non finisce di stupire. Tutto è iniziato con alcuni frammenti di guscio affiorati in superficie.
Scavando con delicatezza, i paleontologi si sono imbattuti prima in alcune uova danneggiate e poi, a profondità maggiore, in nidi strutturati che ospitavano decine di esemplari ciascuno. Cabot, che lavora sul sito da oltre trent’anni, ha dichiarato: “Sono abituato a imbattermi in covate di quattro, cinque, sei, a volte un massimo di dieci uova. Ma cento, non ne ho mai viste”.
Le uova fossili risalgono al Cretaceo superiore, tra 74 e 66 milioni di anni fa, con una datazione più precisa intorno ai 72 milioni di anni. Molte delle uova rinvenute risultano già schiuse; l’assenza di embrioni fossilizzati renderà difficile stabilire con certezza a quale specie appartengano.
IDENTIKIT DEI GIGANTI: UOVA GRANDI COME MELONI
Le dimensioni di questi fossili sono impressionanti: ogni uovo ha una circonferenza paragonabile a quella di un piccolo melone. L’ipotesi principale è che le uova appartengano ai titanosauri, enormi dinosauri erbivori quadrupedi capaci di raggiungere i 15 metri di lunghezza e decine di tonnellate di peso che dominavano le pianure del tardo Cretaceo. Gli esperti invitano però alla prudenza: senza embrioni all’interno dei gusci, un’attribuzione definitiva resta fuori portata. Le analisi condotte dall’Università di Montpellier hanno già individuato nel sito almeno una decina di specie differenti di uova, alcune molto simili a quelle rinvenute in Patagonia, in Argentina. La disposizione ravvicinata dei nidi suggerisce la presenza di una vasta area di nidificazione condivisa da più specie.
UN SITO CHE PUÒ RISCRIVERE LA STORIA DELL’ESTINZIONE
Il giacimento si estende su circa 50 chilometri quadrati e, secondo Alain Cabot, potrebbe essere classificato come il più grande deposito di uova di dinosauro in Europa e tra i più significativi a livello globale. Tuttavia, altri paleontologi, come Eric Buffetaut e Romain Amiot, pur riconoscendo l’importanza della scoperta, sottolineano che i ritrovamenti di uova di dinosauro nel sud della Francia sono relativamente comuni, tanto da aver valso alla regione il soprannome di “Eggs-en-Provence“.
Ma il ritrovamento porta con sé anche un’implicazione più profonda: le analisi mostrano che nei milioni di anni precedenti all’impatto dell’asteroide, 66 milioni di anni fa, il numero di specie che deponevano uova nel sito era già in progressiva diminuzione. Cabot lo interpreta come un possibile indizio che il declino dei dinosauri abbia avuto radici più antiche dell’impatto. Questa teoria è supportata da studi scientifici che indagano il declino della biodiversità dei dinosauri prima dell’evento di estinzione di massa.
Questo ritrovamento offre una rara opportunità per studiare le abitudini di nidificazione dei grandi rettili poco prima della loro scomparsa definitiva. Analizzare la disposizione dei nidi e la struttura dei gusci permetterà di ricostruire il comportamento sociale di questi giganti e le condizioni ambientali dell’epoca. Il sito di Mèze si conferma così uno dei punti di riferimento mondiali per la paleontologia, trasformando un angolo di Francia in una macchina del tempo capace di riportarci a un’epoca in cui la Terra era un luogo decisamente più ingombrante.
LE UOVA RESTERANNO VISIBILI AL PUBBLICO
Le uova non verranno rimosse né destinate a collezionisti privati. Saranno parzialmente mantenute nel terreno originale di scavo, diventando il cuore di un percorso espositivo, per restituire al pubblico la meraviglia di una storia rimasta sepolta per settanta milioni di anni.
