USA, i rettori usano l’IA per i discorsi di laurea: la protesta degli studenti

Dalla Duke University a TikTok, la protesta dei neolaureati contro i "commencement speeches" fake: quando la pigrizia degli adulti sbatte contro la voglia di verità dei ventenni.

ROMA – Immagina la scena: hai passato gli ultimi quattro anni a faticare sui libri, a sopravvivere a sessioni d’esame infinite e a caffè discutibili. Finalmente sei lì, con la toga e il tocco in testa, pronto a goderti il discorso di laurea che dovrebbe ispirarti a conquistare il mondo. E invece? Invece sale sul palco un rettore o un ospite d’onore e inizia a snocciolare una serie di banalità robotica che sembra scritta da un algoritmo pigro. Spoiler: lo era.

Nelle ultime settimane, i tradizionali commencement speeches (i discorsi di fine anno) nelle università americane si sono trasformati in un campo di battaglia generazionale. Il motivo? L’intelligenza artificiale. Ma stavolta gli studenti non l’hanno usata per copiare una tesina: l’hanno subita, e la risposta è stata una pioggia di fischi, boati di protesta e aule magne abbandonate a metà.

SE IL RETTORE USA CHATGPT, LA GEN Z SI RIBELLA

Il caso più eclatante è scoppiato alla Duke University, dove il discorso di un noto ospite è stato interrotto dai cori degli studenti dopo che si è scoperto il trucco: ampie parti del testo erano state generate con ChatGPT. Stessa musica alla University of Michigan, dove un passaggio particolarmente “finto” e privo di empatia ha scatenato la reazione della folla, con centinaia di neolaureati che hanno voltato le spalle al palco.

Per la Generazione Z, che con l’IA ci convive, ci studia e ci si scontra ogni giorno, quel gesto è stato visto come l’insulto finale.

“Ci chiedono originalità per anni, ci controllano con i software anti-plagio e poi, nel giorno più importante della nostra vita, ci liquidano con un copia-incolla da un chatbot? Anche no”, si legge in uno dei post più virali su TikTok che racconta le proteste.

NON È PIGRIZIA, È UNA CRISI DI AUTENTICITÀ

Il fenomeno fotografa un paradosso enorme. I boomer e la Gen X al potere nelle accademie spesso demonizzano l’IA nelle mani degli studenti, ma poi la usano come scorciatoia per evitare lo sforzo emotivo di parlare a una platea di ventenni.

I giovani non stanno protestando contro la tecnologia in sé, che usano meglio di chiunque altro, ma contro la mancanza di autenticità. In un mondo sempre più saturo di contenuti sintetici, il valore delle parole umane, imperfette ma reali, è schizzato alle stelle.

I NUMERI DEL DISSING ACCADEMICO

3 su 5: I discorsi di laurea finiti nel mirino dei social negli USA per “sospetto utilizzo di IA”.

Zero empatia: La critica principale dei laureati, che chiedevano consigli reali per un futuro lavorativo incerto, non frasi fatte sull’ottimismo generate da un server.

Il messaggio che arriva dai campus americani è chiarissimo ed è diretto a prof, rettori e futuri datori di lavoro: l’intelligenza artificiale è uno strumento utile, ma se provi a usarla per sostituire il rispetto e l’empatia, i giovani se ne accorgono. E fanno rumore.