Sabi Cap, il cappello che “scrive ciò che pensi”: la nuova frontiera tra cervello e intelligenza artificiale

Dal cervello allo schermo senza tastiera: il dispositivo promette di tradurre l’attività neurale in parole, aprendo una nuova era dell’interazione uomo-macchina

ROMA — Immagina di poter trasformare un pensiero in parole senza toccare tastiera, schermo o microfono. Nessun comando vocale, nessuna digitazione: solo attività cerebrale convertita in testo. È la promessa di Sabi Cap, il dispositivo indossabile che punta a portare le interfacce cervello-computer fuori dai laboratori e sempre più vicino alla vita quotidiana. Una tecnologia che sembra fantascienza, ma che alimenta già il dibattito su futuro, privacy e rapporto tra mente e intelligenza artificiale.

Una startup della Silicon Valley, Sabi, sta sviluppando un berretto dotato di migliaia di sensori progettati per rilevare segnali cerebrali e convertirli, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale, in testo digitale. L’obiettivo è ridurre la distanza tra pensiero e comunicazione, offrendo nuove possibilità soprattutto a persone con difficoltà motorie o impossibilitate a parlare, ma aprendo potenzialmente applicazioni anche per produttività e interazione uomo-macchina. Il primo prodotto sarà disponibile entro la fine del 2026, con una versione a cappellino da baseball già in fase di progettazione.

COME FUNZIONA SABI CAP

La tecnologia alla base di Sabi Cap è una Bci, Brain-Computer Interface: un’interfaccia che fornisce un canale di comunicazione diretto tra il cervello e un dispositivo esterno. Il berretto rileva pattern neurologici tramite sensori non invasivi posizionati sul cuoio capelluto; modelli di intelligenza artificiale analizzano poi questi segnali per associare determinate attività cerebrali a parole o frasi.

È importante chiarire che questi sistemi non leggono i pensieri nel senso cinematografico del termine. Le tecnologie attuali interpretano segnali correlati a intenzioni linguistiche specifiche, con margini di errore e necessità di addestramento personalizzato.

IL CONFRONTO CON NEURALINK

A differenza di aziende come Neuralink di Elon Musk, che sviluppano Bci impiantabili chirurgicamente, il dispositivo di Sabi non richiede alcun intervento. Il vantaggio della non invasività ha però un costo tecnico: i sensori devono “ascoltare” il cervello attraverso strati di pelle e ossa, che attenuano i segnali neurali.

Sabi intende superare questo limite con la densità. Mentre la maggior parte dei dispositivi Eeg ha da una dozzina a poche centinaia di sensori, il berretto di Sabi ne avrà tra 70.000 e 100.000 in miniatura. “Data questa rilevazione ad alta densità, si individua esattamente cosa e dove sta avvenendo l’attività neurale”, spiega Rahul Chhabra, Ceo di Sabi. “Utilizziamo queste informazioni per ottenere dati molto più affidabili per decodificare ciò che una persona sta pensando.” L’azienda punta a una velocità iniziale di circa 30 parole al minuto, destinata a migliorare con l’uso.

Vinod Khosla, fondatore di Khosla Ventures e investitore in Sabi, sostiene che la strada non invasiva sia l’unica percorribile su larga scala: “Se un miliardo di persone userà la Bci per accedere ai propri computer ogni giorno, non può essere invasiva.”

IL MODELLO IA E LA PRIVACY DEI DATI NEURALI

Una delle sfide principali è l’enorme variabilità dei pattern cerebrali tra individui diversi: anche pensando alla stessa frase, cervelli diversi si attivano in modo diverso. Per questo Sabi sta costruendo un modello ia su larga scala, chiamato “brain foundation model“, addestrato su dati neurali provenienti da molte persone. L’azienda ha finora raccolto 100.000 ore di dati cerebrali da 100 volontari.

Sul fronte della privacy, particolarmente delicata quando si tratta di dati neurali, Chhabra assicura che i dati vengono crittografati end-to-end prima di lasciare il dispositivo, e che i modelli ia sono addestrati sui dati crittografati anziché sui segnali grezzi. Sabi sta collaborando con esperti di neurosicurezza della Stanford University e di altre istituzioni per verificare l’intera architettura. “I dati neurali sono il tipo di dati più privati che una persona possa avere”, conclude Chhabra. “Non trattarli con cura sarebbe semplicemente ingiusto.”

TRA INNOVAZIONE E REALTÀ

Progetti come Sabi Cap mostrano quanto il confine tra corpo umano e tecnologia stia diventando sempre più sottile. Molte soluzioni Bci restano però in una fase iniziale di sviluppo e richiedono ulteriori validazioni scientifiche prima di raggiungere applicazioni diffuse. La promessa è potente. Resta da vedere se la tecnologia riuscirà a mantenerla.