ROMA — Nei prossimi trent’anni, da qualche parte nel Mediterraneo, uno tsunami di almeno un metro colpirà le coste. La probabilità, secondo la Commissione oceanografica intergovernativa dell’Unesco, sfiora il 100%. Non è un’ipotesi estrema: è una stima basata sulla frequenza storica degli eventi e sulla struttura geologica del bacino. Bernardo Aliaga, responsabile del team di esperti Unesco sul tema, è netto: “Per quanto riguarda il Mediterraneo, c’è poco da discutere: il punto non è se accadrà, ma quando.”
LE FAGLIE CHE PREOCCUPANO GLI ESPERTI
Il rischio non è distribuito in modo uniforme. Per le coste iberiche e nordafricane, la minaccia principale viene dalla faglia di Averroè, una profonda spaccatura della crosta terrestre sotto il mare di Alboran, lo spicchio di Mediterraneo occidentale tra la costa spagnola di Malaga e i litorali del Nord Africa. Una rottura improvvisa genererebbe un’onda capace di raggiungere quei litorali in una ventina di minuti. Per l’Italia e la Grecia, le strutture più pericolose sono invece la Scarpata di Malta, l’Arco Ellenico e l’Arco Cipriota, storicamente responsabili dei maremoti più devastanti dell’area.
Nonostante la sua fama di mare tranquillo, secondo uno studio il Mediterraneo è l’area con il secondo più alto numero di tsunami registrati nella storia dopo l’Oceano Pacifico.
PERCHÉ ANCHE UN METRO D’ACQUA FA PAURA
Il dato può sembrare contenuto rispetto ai grandi tsunami del Pacifico, ma nel Mediterraneo anche onde più piccole possono diventare devastanti. Le coste sono densamente abitate, le città sono vicine al mare e i tempi di reazione sono ridotti. A differenza delle onde mosse dal vento, uno tsunami sposta l’intera colonna d’acqua dal fondale alla superficie: un muro solido e inarrestabile, capace di trascinare veicoli, distruggere infrastrutture portuali e allagare chilometri di entroterra pianeggiante.
IL PROGRAMMA DI PREVENZIONE
Per questo l’Unesco ha lanciato il programma “Tsunami Ready“, che punta alla formazione entro il 2030 di tutte le popolazioni costiere potenzialmente a rischio. Il sistema di monitoraggio è già in grado di intercettare il pericolo rapidamente: l’allerta viene diffuso entro dieci minuti dal terremoto sottomarino. Se si tratta di uno tsunami locale, ci sono circa venti minuti prima che l’onda raggiunga la costa; poi solitamente ne passano circa quaranta per la seconda ondata, che spesso è più grande e pericolosa della prima.
L’allarme dell’Unesco non annuncia una catastrofe imminente: è un richiamo istituzionale alla pianificazione e alla consapevolezza, non di uno scenario apocalittico generalizzato. Il rischio esiste, è documentato e distribuito lungo migliaia di chilometri di costa. Ignorarlo non lo riduce.
